Neutropenia, le 5 cose che devi sapere

   D-Repubblica, Salute Seno, Letizia Gabaglio, 26/11/2014


La chemioterapia riduce le difese dell'organismo. Tanto che a volte il ciclo successivo deve essere rimandato perché i globuli bianchi sono troppo bassi. Un fenomeno che può essere prevenuto


Capita spesso che dopo un ciclo di chemioterapia le difese immunitarie si abbassino troppo e lascino l'organismo esposto agli attacchi dei virus e dei batteri. Colpa dei neutrofili, una sotto classe dei globuli bianchi, che diminuiscono troppo sotto gli attacchi degli agenti citotossici che compongono la terapia. In questo caso si sviluppa la neutropenia indotta da chemioterapia. Una complicanza che indebolisce il corpo e può ritardare il ciclo successivo di chemioterapia. Che fare? Non sottovalutare la situazione e agire con strategie mirate. Quello che c'è da sapere sulla neutropenia ce lo spiega Sandro Barni, direttore Oncologia Medica Azienda Ospedaliera Treviglio-Caravaggio (Bergamo).

Il numero di globuli bianchi influenza il buon esito della cura. La neutropenia, infatti, può causare il ritardo, l'interruzione o la diminuzione della dose del trattamento e quindi incidere negativamente sul risultato. Soprattutto nel caso della neutropenia febbrile, quando cioè i neutrofili sono inferiori a 500 per millimetro cubo di sangue e la temperatura è superiore ai 38°. Sappiamo per esempio nel caso della chemioterapia adiuvante del tumore alla mammella che, in media, un ritardo di una settimana equivale ad avere un 20% di meno di efficacia.

La neutropenia colpisce anche la psiche. I pazienti vivono con ansia il momento in cui ricevono gli esiti degli esami del sangue, dove si vede il numero di neutrofili. Hanno paura che il risultato faccia modificare lo schema della terapia, che indichi una maggiore debolezza, temono le ospedalizzazioni. E' una situazione che crea ansia, paura e depressione nel paziente e nei familiari.

La prevenzione della neutropenia è un vantaggio per tutti. Per il paziente, perché si riducono così i tassi di mortalità e di sviluppo di altre malattie correlate. Per la collettività, perché si contribuisce così a ottimizzare le cure e ridurre i costi, diminuendo per esempio le ospedalizzazioni o l'uso di alcuni farmaci, come gli antinfettivi.

I fattori di crescita G-CSF aiutano il midollo osseo a produrre i neutrofili. Sono ormai diversi gli studi che dimostrano che i fattori stimolanti le colonie di granulociti, detti G-CSF, incidono positivamente sulla sopravvivenza del paziente oncologico che si sottopone a una terapia mielosoppressiva. I G-CSF sono quindi raccomandati per la prevenzione della neutropenia durante questi trattamenti e vengono prescritti di routine.

I G-CSF ad azione prolungata offrono un'opzione in più. La novità in questo campo sono i fattori di crescita "long-acting", a lunga durata. Questo vuol dire che la loro emivita, il tempo cioè che passano nell'organismo prima di essere degradati, è superiore alla forma "short acting", i medicinali che per primi sono stati realizzati. Grazie a questa e ad altre caratteristiche chimiche, si è visto che questa forma induce una riduzione della neutropenia del 71% rispetto a placebo, e del 42% rispetto alla forma a breve durata. Proprio per la sua azione prolungata nel tempo, poi, la forma long acting è più agevole da somministrare: una sola iniezione sottocute contro 6/7 di quella short lasting.