Dopo un tumore al seno, per quanto si continua la terapia ormonale?

   Sportello Cancro, 16/02/2015

ONCOLOGIA
I casi vanno valutati singolarmente a seconda dell’età della donna e del tipo di carcinoma. La tendenza però è quella di proseguire con la cura


Operata per un carcinoma duttale infiltrante del seno, ho poi fatto radioterapia e terapia ormonale. Adesso sono giunta al traguardo dei «famosi» cinque anni dalla diagnosi senza aver avuto ricadute. Ho affrontato senza tanti problemi, né fisici né psicologici, le cure, ma ora ho dei dubbi. All’ultimo controllo l’oncologa mi ha detto che, visti i risultati degli ultimi studi scientifici, si tende a far proseguire la cura ormonale per altri cinque anni, o poco meno, dopo i primi cinque, valutando caso per caso per quanto continuare la terapia. La dottoressa mi ha suggerito di terminare l’attuale ciclo di terapia per poi sospenderla e vedere se il ciclo mestruale riprende o se sono entrata definitivamente in menopausa. In tal caso il consiglio sarebbe quello di continuare con la terapia ormonale. Io, a questo punto, mi domando: ma quali sono i veri pro e contro del continuare o sospendere la cura?

Risponde Paolo Veronesi, direttore di Chirurgia senologica all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano
Cinque anni dall’intervento chirurgico senza ricadute sono davvero un traguardo importante. Quindi, innanzitutto, ragioniamo con ottimismo e tranquillità: le malattie aggressive si ripresentano molto prima, tuttavia si è osservato che, anche dopo i «fatidici» cinque anni, alcune volte può accadere che la malattia ritorni. Proprio allo scopo di scongiurare questo evento sono stati fatti studi per verificare l’efficacia del prolungamento della terapia ormonale. In particolare, nelle donne in post-menopausa a rischio più elevato (ad esempio quando i linfonodi ascellari sono positivi) è prassi proseguire la terapia ormonale con inibitori dell’aromatasi fino a dieci anni. Per le donne più giovani ci sono meno evidenze: se dopo cinque anni non è ancora giunta la menopausa fisiologica si può proseguire con il tamoxifene ancora per qualche anno.

Molte le variabili da prendere in considerazione
Per decidere però se proseguire la terapia deve essere valutato il rischio individuale e la qualità di vita, oltre ad alcuni aspetti peculiari delle donne più giovani, come ad esempio il desiderio di una gravidanza. Certamente se i cinque anni di terapia hanno portato all’età della menopausa fisiologica o se questa è sopraggiunta a causa delle terapie (la chemioterapia spesso induce la menopausa) ecco che si può proseguire la terapia, se indicato, con inibitori dell’aromatasi. Pertanto, occorre sempre affidarsi al giudizio di un bravo oncologo, che sia in grado di valutare i pro e i contro di questa eventuale scelta terapeutica. Anche l’aspetto psicologico è importante. Alcune donne si sentono «protette» nel continuare il trattamento, altre, all’opposto, si sentono «malate» a causa della cura e non vedono l’ora di sospenderla. Bisogna inoltre tener conto degli effetti collaterali della terapia, anche questi assai variabili e soggettivi, come i dolori articolari, le vampate e l’effetto sul metabolismo dell’osso, con un aumentato rischio di osteoporosi. In casi particolari di malattie ad alto rischio, ad esempio con un importante interessamento linfonodale, è inoltre opportuno proseguire nelle donne molto giovani anche il trattamento che induce la menopausa, l’iniezione ogni ventotto giorni di analogo LH-RH, oltre la soglia dei cinque anni, sempre in associazione con il tamoxifene.

L’importanza dello sport
A questo proposito un recente studio presentato a Chicago al convegno di oncologia americano ha dimostrato la superiorità del trattamento con un inibitore dell’aromatasi, associato ad analogo LH-RH, rispetto al classico tamoxifene, anche nelle donne in pre-menopausa. Infine a tutte le pazienti bisognerebbe poi sempre suggerire di fare regolarmente attività fisica (che non vuol dire necessariamente sport, ognuno può e deve muoversi in base alle proprie possibilità) perché i vantaggi sono multipli: le donne fisicamente più attive soffrono meno di disturbi articolari correlati alle terapie e l’esercizio fisico sembra ridurre le probabilità di una recidiva e migliorare la sensazione di affaticamento di cui soffrono molte pazienti. Il trattamento endocrino del carcinoma mammario è un argomento in continua evoluzione e solo gli studi clinici ci daranno risposte esaurienti nel prossimo futuro. Di certo, oggi il tumore al seno fa meno paura: negli ultimi 20 anni la mortalità a causa del cancro è diminuita del 38 per cento. Quando la diagnosi è precoce, la sopravvivenza sfiora ormai il 90 per cento. Gli screening con la mammografia di controllo hanno ridotti i decessi, ma il merito va anche ai molti progressi fatti nella terapia.