Troppe donne si fermano al primo passo contro il cancro al seno

   HealthDesk, 25/02/2015

SCELTE CONSAPEVOLI
Di certo non è una passeggiata. Ancor meno per una donna che ha da poco subito un intervento chirurgico per la rimozione di un tumore al seno. Inoltre non dà alcun beneficio visibile nell’immediato. Ma la radioterapia può salvare la vita.


Eppure, una donna su tre, rileva uno studio pubblicato sul Journal of American College of Surgeons, decide di non sottoporvisi.

La lunga strada contro il cancro
Per le donne con cancro al seno, la ricerca e la pratica clinica hanno ormai definito un protocollo ben chiaro: quasi tutte, indipendentemente dallo stadio del tumore, subiscono un intervento chirurgico per rimuovere i tessuti malati. Da anni l’intervento è quanto più possibile conservativo: si cerca di rimuovere soltanto la lesione e le parti immediatamente circostanti. Ma se il tumore è in stadio più avanzato può essere necessario rimuovere l’intera mammella e in molti casi anche i linfonodi dell’ascella dove le cellule tumorali possono migrare.
Il percorso terapeutico non finisce qui: a molte donne viene consigliato di proseguire i trattamenti con radioterapia o (in alcuni casi) chemioterapia. Lo scopo è semplicemente precauzionale: serve infatti a ridurre al minimo le probabilità che la malattia possa colpire altri organi.

Un beneficio troppo lontano?
Tuttavia, secondo lo studio americano, questo beneficio differito sembra poco accettato dalle donne. O, forse, poco considerato dai medici.
La ricerca ha preso in considerazione 57.000 casi di cancro al seno registratisi negli Stati Uniti tra il 1998 e il 2011. Le donne scelte avevano un tumore in stadio “localmente avanzato”, vale a dire che aveva già coinvolto i linfonodi sotto l’ascella o i tessuti vicini al seno. Un’estensione del tumore che, per il National Cancer Institute americano, richiederebbe l’esecuzione della radioterapia dopo l’intervento chirurgico.

Queste indicazioni, ha rilevato lo studio, sono però state rispettate soltanto nel 65 per cento delle pazienti.
I ricercatori si sono detti «piuttosto sorpresi dalla scoperta», ma hanno ammesso che, dalla ricerca effettuata, «non siamo riusciti a capire se siano le pazienti a rifiutare il trattamento o se ci sia scarsa consapevolezza tra le donne e tra i medici circa la necessità della radioterapia dopo la mastectomia per tumore della mammella localmente avanzato», ha precisato il primo firmatario dello studio Quyen Chu, professore di chirurgia al Louisiana State University Health Sciences Center di New Orleans.
Quale che sia la ragione, è certo che c’è da lavorare per aumentare la consapevolezza sull’utilità della radioterapia.