Cancro. Finalmente la parola GUARIBILE non è una bugia

   HealthDesk, Michele Musso, 10/03/2015

IL TRAGUARDO

«Possiamo affermare con sicurezza, dati alla mano, che i tumori non solo sono curabili, ma, in molti casi, da un tumore si guarisce». Attenzione: «in molti casi», non in tutti. Non in tutti. Però non c'è dubbio che queste parole di Emanuele Crocetti, epidemiologo dell'Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica di Firenze, contengano una buona dose di ottimismo. O forse sarebbe meglio dire di realismo. Perché sono proprio le cifre a sostenere la frase di Crocetti. Quelle, nella fattispecie, del Rapporto 2014 dell'Associazione italiana registri tumori, vale a dire la rete che riunisce 45 Registri tumori che attualmente monitora oltre il 53% della popolazione italiana. Lo studio è stato coordinato dal Centro di riferimento oncologico di Aviano, con ricercatori della Regione Veneto e del Centro nazionale di epidemiologia dell’Istituto superiore di sanità e presentato lunedì 9 marzo al ministero della Salute a Roma.

Eccole, le cifre (una parte, almeno; per chi lo volesse approfondire, il Rapporto è pubblicato sull’ultimo numero della rivista Epidemiologia & Prevenzione, organo ufficiale dell’Airtum ed è liberamente scaricabile dal sito www.registri-tumori.it).


Le persone con tumore
Nel 2015 gli italiani con una diagnosi di tumore (recente o lontana nel tempo) sono 3 milioni, con un aumento di quasi il 20% rispetto al 2010, quando erano 2.600.000. In altri termini, un italiano su 22 ha ricevuto una diagnosi di tumore nel corso della vita, osserva Crocetti, che è anche segretario nazionale Airtum: «Un numero elevato che corrisponde al 5% dell’intera popolazione del nostro Paese». Un dato a due facce: quella “cattiva” è evidentemente il maggior numero di malati, quella “buona” è che l'aumento è dovuto anche al fatto che la durata della vita si allunga e che, di questi 3 milioni di persone, una su quattro può considerarsi “guarita”. Un aggettivo, quest'ultimo che gli specialisti non hanno più troppe remore a utilizzare, ovviamente quando sia giustificato, vale a dire quando una persona con diagnosi di cancro torna ad avere la stessa aspettativa di vita di una persona che il cancro non lo ha.

Qualche dettaglio
Oltre il 20% dei maschi e il 13% sopra i 75 anni ha affrontato nel corso della vita “l’esperienza cancro”. In particolare, sono più di 600 mila le donne che hanno avuto una diagnosi di tumore della mammella (41% di tutte le donne con neoplasia), seguite da quelle con tumori di colon retto (12%), corpo dell’utero (7%) e tiroide (6%). Sono invece 300 mila i maschi che hanno ricevuto una diagnosi di tumore della prostata (26% del totale degli uomini con neoplasia), il 16% ha avuto un tumore della vescica e un altro 16% del colon retto.

Quanti guariscono?
Lo studio permette di rispondere da due punti di vista: il primo attraverso una “fotografia” che misura il tempo di guarigione, l'altro propone una stima di quanti tra i casi diagnosticati oggi guariranno (frazione di guarigione). La “fotografia” dice che il 27% degli italiani colpiti da tumore (20% dei maschi e 33% delle femmine) può essere definito “già guarito”. Ma non basta. Perchè il secondo suggerisce che anche una grande parte del restante 73% potrà guarire: sommando le frazioni di guarigione per tutti i tipi di tumore, si può prevedere che oltre il 60% dei pazienti che ha ricevuto la diagnosi prima dei 45 anni guarirà (ma la percentuale diminuisce con l’aumentare dell’età, riducendosi a meno di un terzo dopo i 75 anni).

Quanto tempo occorre per guarire?
Complessivamente lo studio rileva che il 60% dei pazienti a cui è stato diagnosticato un tumore ha avuto la diagnosi da oltre cinque anni. Il tempo di guarigione varia per ogni tipo di tumore ed è influenzato dal sesso e dall’età al momento della diagnosi. Per esempio, i pazienti con tumore del testicolo e della tiroide guariscono mediamente in meno di cinque anni; quelli con i tumori di stomaco, colon retto, pancreas, corpo e cervice uterina, cervello e linfoma di Hodgkin guariscono in meno di dieci anni. Le pazienti con tumore della mammella e i pazienti con tumore della prostata, invece, raggiungono una mortalità simile a quella della popolazione generale dopo circa venti anni dalla diagnosi. Una percentuale non trascurabile di persone con tumori che hanno prognosi in genere negative, come polmone e pancreas, sono ancora in vita dopo dieci anni dalla diagnosi e possono essere considerate guarite (rispettivamente il 21% e il 20%). Invece, per i pazienti con tumore di fegato, laringe, linfomi non-Hodgkin e mielomi, il rischio di morire a causa del tumore si mantiene anche oltre 25 anni dalla diagnosi.

Il “problema del dopo”
Le notizie buone non mancano, dunque, anzi. Però, purtroppo, anche in questo caso, c'è il rovescio della medaglia. A segnalarlo, nell'occasione è stato Francesco De Lorenzo, presidente Favo (la Federazione delle associazioni di volontariato in oncologia) guarito da un tumore: il Servizio sanitario nazionale «trascura sia la fase di riabilitazione post-trattamento acuto sia quella che segue alla remissione totale» e «la mancanza di supporto socio-economico-assistenziale carica di oneri le famiglie, costrette a provvedere a proprie spese alle forme di assistenza omesse dal Ssn nella fase post-acuzie». In altre parole, fa rilevare De Lorenzo, «i sopravvissuti alle terapie devono imparare a convivere con gli esiti di esse o con il timore di possibili ricadute spesso evitabili tramite un'efficace prevenzione terziaria». Il pieno recupero «può essere raggiunto solo con una riabilitazione adeguata – prosegue il presidente Favo – essenziale per il ritorno al lavoro e alla normalità. Le conseguenze economiche e sociali della malattia per i malati oncologici sono molto gravi e di riflesso – conclude – lo sono anche per il sistema economico italiano».

Una sottolineatura prontamente raccolta dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nel suo intervento. Ricordato che l'aumento del numero delle persone con tumore è in aumento così come quelle delle guarigioni e che queste cifre rappresentano «una sfida» per il sistema, il ministro ha aggiunto che «non possiamo sostenere un esercito di invalidi» ancorchè guariti dal cancro. A parte ogni altra considerazione, infatti, secondo il ministro anche coloro più orientati a una visione “economicistica” del problema dovrebbero convincersi che un adeguato recupero delle persone che sono riuscite a superare il cancro «conviene» anche dal punto di vista dei costi diretti e indiretti: dall'evitare costose ricadute al risparmio sull'erogazione dei sussidi di invalidità, solo per fare un paio di esempi.