Gli stranieri trasferiti in Italia fanno prevenzione contro i tumori?

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 10/03/2015

DIAGNOSI PRECOCE
Un’indagine mette in luce se e quanto i migranti partecipano ai test gratuiti di screening. Cruciale la soglia dei 10 anni dall’arrivo e il buon esempio dei vicini



Partecipano meno, ma dopo circa dieci anni di permanenza in Italia i livelli di adesione dei migranti ai programmi di prevenzione contro i tumori tendono a raggiungere i risultati raggiunti dalla popolazione generale. Per la prima volta un’indagine dell’Osservatorio Nazionale Screening (Ons) e del sistema PASSI del Ministero della Salute analizza il comportamento dei «nuovi italiani» rispetto ai percorsi di screening organizzati dalle Regioni che offrono gratuitamente i test per la diagnosi precoce di cancro al seno (mammografia), al colon (test del sangue occulto nelle feci) e alla cervice uterina (pap test o Hpv test). Ne emerge il ruolo chiave del cosiddetto tempo di migrazione: più recente è l’ingresso nel nostro Paese e più bassa è la risposta alle lettere d’invito ricevute per fare gli esami, ma con il passare degli anni il consenso è destinato a crescere. L’abitudine alla prevenzione, insomma, sembra andare di pari passo con il percorso di integrazione.

La forza del «buon esempio»
I dati dell’indagine, presentati nel corso del convegno annuale dell’Osservatorio che si è tenuto alcuni giorni fa a Perugia, sono concentrati sulla migrazione dai cosiddetti Paesi a forte pressione migratoria (che sono moltissimi, in particolare i paesi dell’ex Europa dell’est, quelli africani, dell’America latina e gran parte di quelli asiatici). «Ci siamo resi conto che la partecipazione delle popolazioni migranti dipende anche da quella degli italiani che vivono nella stessa area – racconta Marco Zappa, direttore dell’Osservatorio: laddove quest’ultima è elevata, il trend positivo influenza anche le abitudini dei nuovi arrivati». Un esempio lampante della forza del «buon esempio» e dell’integrazione è la Toscana (ma la stessa considerazione vale per molte regioni del centro-nord), come spiega Gianni Amunni, direttore generale dell’Istituto per lo Studio e la Prevenzione Oncologica di Firenze, presso cui ha sede l’Ons: «Chi si è stabilito in questa Regione mostra livelli di partecipazione più alti ai programmi di screening rispetto a quelli di molti italiani delle regioni del Sud Italia. Questo dimostra che, anche se il lavoro da fare è ancora molto, la prevenzione secondaria può contribuire non solo a migliorare la salute dei cittadini ma anche i livelli di integrazione, e a diminuire le diseguaglianze sociali».

Più diligenti le giovani donne che fanno il pap test
Il fenomeno ha ormai raggiunto dimensioni imponenti con un totale di quasi un milione (980mila) di lettere di invito indirizzate a persone provenienti da paesi a forte pressione migratoria: più del 13 per cento delle chiamate allo screening per il tumore della cervice uterina e circa il 7 per cento di quelle allo screening mammografico e colon-rettale si rivolgono a persone provenienti dai Paesi stranieri e queste proporzioni tendono a crescere con il passare del tempo. Analizzando poi nel dettaglio le risposte dei migranti all’invito si nota che hanno più resistenze nei confronti di mammografia e test del sangue occulto nelle feci, mentre partecipano di più al pap test. Le ragioni sono legate anche al fatto che tra i nuovi italiani la partecipazione tende a diminuire con l’età, un’attitudine che non si verifica assolutamente nelle popolazioni native. Insomma, è più facile che le giovani donne provenienti dall’estero si sottopongano al pap test (offerto ogni due anni a tutte le concittadine i 25 e i 64 anni) piuttosto che le loro madri o i loro padri rispondano alla chiamata preventiva contro tumore al seno e colon (lo screening, sempre biennale, coinvolge maschi e femmine tra i 50 e i 69 anni).

Dopo 10 anni l’integrazione è compiuta
«In ogni caso, le differenze tra gli atteggiamenti di italiani nativi o meno vanno calando fino a quasi ad annullarsi a seconda del tempo che passa dal momento d’ingresso nel nostro Paese – dice Giuliano Carrozzi, del gruppo di lavoro PASSI -. Solitamente è dopo i 10 anni dall’arrivo che l’integrazione si compie e le statistiche di adesione finiscono per essere uguali o quasi, per tutti e tre i test». E se al test compare qualcosa di anomalo? «La percentuale di adesione agli esami di approfondimento necessari quando il primo test risulta dubbio o indica che c’è un’anomalia è buona – conclude l’esperto -. Nello screening mammografico è ottimale e sovrapponibile a quella generale, mentre è appena inferiore nello screening colon-rettale».