Mammografia. Le donne non temono i falsi positivi

   HealthDesk, Giovanna Dall'Ongaro, 03/03/2015

SCELTE CONSAPEVOLI

Non è una strana coincidenza. La pubblicazione in contemporanea di tre studi che indipendentemente cercano di capire quanto l’informazione sugli “effetti collaterali” della mammografia influenzi la scelta delle donne non è poi così sorprendente. Il tema della sovradiagnosi viene tenuto in caldo nelle redazioni delle più prestigiose riviste scientifiche ormai da tempo, per venire periodicamente sfornato insieme a nuovi dati e vecchie polemiche (leggi “Mammografia: il giorno della verità”). L’eco delle discussioni scatenate, esattamente un anno fa, da una grande review canadese, scettica sull’efficacia dello screening, è ancora nell’aria: mammografia sì, mammografia no? Ci si chiedeva allora. Oggi le donne tedesche, australiane e inglesi protagoniste di questi ultimi studi risponderebbero all’unisono: “mammografia… nonostante”.

Le tedesche: un volantino non fa la differenza
Dal 2010 tutte le donne tedesche tra i 50 e i 69 anni ricevono per posta un aggiornato depliant informativo sullo screening mammografico. Dove viene spiegato in cosa consiste l’esame, chi vi si deve sottoporre, ogni quanto vada ripetuto, dove farlo ecc...

Vengono poi chiaramente indicati i vantaggi e i rischi del controllo periodico al seno: diagnosi precoci, da una parte, contro falsi positivi, dall’altra. Quanto incidono queste informazioni sulla volontà delle donne di sottoporsi allo screening? Poco, è la conclusione a cui sono giunti gli autori di uno studio pubblicato su Deutsches Ärzteblatt International, rivista ufficiale della German Medical Association.

Elisabeth Gummersbach dell’Università di Dusseldorf ha ideato un esperimento per capire quanto una presentazione minuziosa dei costi e benefici possa influenzare le decisioni delle donne. Ha scelto 792 donne tra i 48 e i 49 anni in procinto di sottoporsi alla loro prima mammografia e le ha divise in due gruppi. Alle prime è stato consegnato un depliant che ometteva i dati sulla sovradiagnosi e mostrava un solo lato della medaglia: lo screening mammografico effettuato ogni due anni nell’età indicata (50-69) può evitare da uno a tre decessi per tumore al seno su 1.000 donne ogni dieci anni. Al secondo gruppo è stata distribuita la versione integrale, compreso l’altro lato della medaglia: su 1.000 donne che effettuano la mammografia ogni due anni per dieci anni, da 1 a 5 ricevono un trattamento oncologico non necessario (dall’Independent UK Panel on Breast Cancer Screening.

Ebbene, le reazioni dei due campioni non sono state molto diverse: l’88% del primo gruppo ha espresso la volontà di partecipare allo screening contro l’81,5% del gruppo maggiormente informato. Il risultato parla chiaro: le donne tedesche non rinunciano alla mammografia neanche quando vengono informate sulla possibilità di incorrere in falsi positivi e di subire interventi terapeutici ingiustificati. A questo punto a Elisabeth Gummersbach resta un solo dubbio da chiarire: cosa sarebbe accaduto se i depliant non fossero stati distribuiti?

Spendere soldi inutilmente, di questi tempi, non piace a nessuno, figurarsi ai tedeschi. Dalle interviste emerge che solamente il 3,4% delle donne viene condizionato dalla lettura dell’opuscolo, mentre il 48% agisce su consiglio del proprio medico. Il governo tedesco dovrà, forse, rivedere la campagna di prevenzione per il tumore al seno, ma questa è un'altra storia.

Le australiane: verso scelte consapevoli
Siamo dall’altra parte del pianeta, ma l'esperimento ideato da un team di scienziati australiani e pubblicato su Lancet somiglia molto a quello tedesco. Come le corrispettive europee, le 817 donne australiane protagoniste dello studio finanziato dal Australian National Health and Medical Research Council hanno un'età tra i 48 e i 50 anni e sono, anch’esse, pronte per sottoporsi alla prima mammografia. Ancora una volta vengono divise in due gruppi: 409 di loro sono minuziosamente informate sui rischi della sovradiagnosi, le altre 408 ne vengono tenute all'oscuro. Rispetto al risultato tedesco, l'impatto delle informazioni ricevute sulla scelta delle donne sembra maggiore: il 74% del primo gruppo si dichiara favorevole allo screening, contro l'87% del secondo. Sta di fatto che, anche in questo caso, una percentuale comunque alta di donne decida, lo stesso, di prenotare la prima mammografia.

Le inglesi: screening su misura
“Better safe than sorry” che, riferito ai controlli mammografici, si traduce “meglio tanti che pochi”. Le donne inglesi non hanno infatti alcuna intenzione di ridurli, neanche in presenza di un rischio genetico basso. Al contrario, sono disposte ad aumentare gli esami nel caso in cui i test genetici rivelassero un’elevata predisposizione ad ammalarsi di tumore. Finora lo screening nel Regno Unito, come altrove, si basa esclusivamente sull’età: alle donne tra i 50 e i 70 anni vengono prescritti controlli ogni tre anni (in Italia e in altri paesi l’intervallo è di due anni). Gli autori di uno studio su The Breast hanno voluto conoscere il parere delle donne inglesi riguardo a una possibile alternativa: basare lo screening su criteri genetici e introdurre programmi di prevenzione tagliati su misura. Il 65,8% delle intervistate approva l’idea, l‘85,4% sarebbe disposto a controllarsi di più in presenza di un alto rischio genetico, mentre solo il 58% sceglierebbe di controllarsi di meno pur potendo contare su test genetici molto rassicuranti. Il che può voler dire una sola cosa: le donne inglesi scelgono di effettuare la mammografia perché sono convinte che i benefici siano superiori ai rischi. Sappiamo che fanno lo stesso anche le tedesche e le australiane. E, forse, così fan tutte...