Tumori, con i nanofarmaci migliora la sopravvivenza

   Health Desk, 29/03/2015

MEDICINA

Oltrepassare le barriere fisiologiche per portare il farmaco nella cellula malata e bloccare la crescita del tumore. È ciò che fa la “chemioterapia intelligente”, che utilizza particelle cento volte più piccole di un globulo rosso. In questo modo il farmaco riesce a superare la barriera che circonda il cancro con dosi maggiori rispetto alla formulazione tradizionale (+33%). Ne è prova la migliorata sopravvivenza in due fra i tumori più frequenti come quelli del seno e del polmone, che nel 2014 in Italia hanno fatto registrare rispettivamente 48 mila e 40 mila nuovi casi. E, per la prima volta in venti anni, ha avuto risultati positivi anche nel pancreas, storicamente molto difficile da trattare.

Delle nanotecnologie in farmacologia si è parlato a Bari nei giorni scorsi al convegno sulle Nuove frontiere nel trattamento dei tumori, realizzato con il patrocinio dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom).

«Le nanotecnologie stanno cambiando radicalmente la lotta alle neoplasie – spiega Carmine Pinto, presidente nazionale Aiom - perché aprono nuovi orizzonti nella personalizzazione del trattamento. Per la prima volta, infatti si può parlare di chemioterapia target. Una particella di circa 100 nanometri, infatti, è in grado entrare nella cellula, che ha un diametro compreso fra i 10 mila e i 20 mila nanometri, e di interagire con il Dna e con le proteine». Per fare un esempio «la nuova terapia, nab-paclitaxel – prosegue Pinto - consiste nell’impiego dell’albumina, una proteina umana naturalmente presente nell’organismo in dimensioni nanometriche, in cui viene racchiuso un farmaco chemioterapico, paclitaxel, che viene così trasportato direttamente nella sede del tumore». È già stata approvata nel nostro Paese nel tumore del seno e, lo scorso febbraio, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ne ha deciso la rimborsabilità per il trattamento del cancro del pancreas, che nel 2014 è stato diagnosticato a 12.700 italiani.

«È un nemico insidioso – avverte Michele Reni, dell’Oncologia medica del San Raffaele di Milano -perché in fase precoce non mostra sintomi specifici e solamente il 15-20% dei casi è individuato in stadio iniziale. La chirurgia offre l’unica possibilità realistica per curare questa neoplasia. Ma, al momento della diagnosi, circa l’80% dei pazienti si trova in uno stadio in cui non è possibile garantire una radicale resezione chirurgica, perché la malattia è già metastatica o localmente avanzata. In questi casi l’aspettativa di vita media è compresa fra tre e sei mesi. Con nab-paclitaxel – conclude - la sopravvivenza dei pazienti è aumentata del 27%. Si tratta di un risultato davvero straordinario».