La verità sull’ADROTERAPIA, l’arma letale contro i tumori

   HealthDesk, Francesca Lozito, 16/04/2015

IN DISCUSSIONE

«Ahsya King è guarito». Con questa dichiarazione fatta genitori del bambino britannico affetto da un tumore al cervello che la scorsa estate aveva fatto scalpore per la decisione della mamma e papà di portarlo via dall’Inghilterra e sottoporlo in Spagna ad una tipologia di cura - l’adroterapia - che in Inghilterra non viene praticata, sembra essersi chiusa la vicenda umana.
Sono però ancora presenti nell'opinione pubblica britannica strascichi del dibattito sulla scelta della fuga, praticata dai genitori con forza, al punto da aver scatenato come reazione un iniziale provvedimento restrittivo di polizia: la coppia secondo le forze dell'ordine avrebbe messo a rischio la vita del bambino.
Gli oncologi, sia italiani che britannici, preferiscono non parlare di questa vicenda di cui si conoscono pochi particolari clinici. Ma, a prescindere dal fatto che la guarigione sia paventata o effettiva, vale la pena di fare il punto su pregi e difetti dell’adroterapia, un metodo terapeutico piuttosto recente nato alla metà degli anni Cinquanta.
In Italia viene praticata in due centri, a Pavia e a Trento. E dalla storia di Ahsya King ne è uscita fortemente rafforzata, al punto da essere passata per la più potente arma che abbiamo oggi a disposizione contro il cancro. Ma è veramente così?
Cerchiamo di fare chiarezza con Francesca Fiorini, fisico italiano che lavora in ambito medico all'università di Oxford.


Quali sono i vantaggi dell’adroterapia rispetto alla radioterapia convenzionale?
Ci sono due aspetti da tenere in considerazione: in primo luogo la maggiore efficienza balistica delle particelle cariche pesanti. Esse, infatti, perdono energia con meccanismi diversi dai fotoni rilasciando la maggior parte della loro energia, e quindi della dose, alla fine del loro cammino. Inoltre la profondità alla quale arrivano è variabile con l’energia delle particelle stesse, consentendo il posizionamento del picco di Bragg (il punto in cui si ha il massimo rilascio di energia) alla profondità “desiderata”, cioè dove si trova il volume del tumore.

Il secondo vantaggio?
La maggiore efficienza biologica degli adroni, i quali essendo densamente ionizzanti riescono ad indurre maggiori danni irreparabili al DNA cellulare. Spiegato in parole semplici, quando una catena di DNA viene interrotta in più punti, non può più essere riparata: la cellula smette di riprodursi e muore.
Se con un fascio di particelle si riescono a rompere il maggior numero di catene Dna in una massa tumorale, le cellule che lo compongono smetteranno di riprodursi e moriranno. Il tumore, che altro non è che un accumulo di queste cellule, morirà con esse.

Potremmo allora passare all'adroterapia e abbandonare la radioterapia convenzionale…
Non è così semplice. In primo luogo per un motivo economico. Costruire un centro di adroterapia, costa molti più soldi ed è molto più grande di un centro per radioterapia convenzionale. Infatti un linac (acceleratore lineare usato per la radioterapia convenzionale) dotato di lettino di trattamento può oramai essere inserito in qualsiasi ospedale moderno, viste le sue piccole dimensioni e il costo relativamente basso. Per un centro di adroterapia in grado di supportare un livello di accuratezza del trattamento uguale o migliore di un trattamento con radioterapia convenzionale, il fascio è accelerato da un ciclotrone o un sincrotrone ed è poi trasportato fino al paziente dove il trattamento è spesso eseguito tramite un gantry (una specie di camera rotante che permette di irradiare il paziente con fasci provenienti da angoli diversi). Per tutto ciò serve spesso un edificio appositamente costruito per ospitare le grandi dimensioni degli apparati menzionati e in grado di schermare le radiazioni prodotte, con un costo dell’ordine di centinaia di milioni di euro.

L'adroterapia garantisce un livello di precisione per tutti i tipi di tumori?
In teoria l’adroterapia sembra essere migliore, ma bisogna fare attenzione: in alcuni casi questi vantaggi potrebbero ritorcersi contro il paziente.
Infatti per quanto riguarda il primo vantaggio, non sempre si riesce con precisione a determinare accuratamente “dove” si trova il tumore e quindi calcolare accuratamente l’energia esatta che serve alle particelle per fermarsi proprio in quella regione. Ho detto “dove” perché anche se tramite una TAC o una NMR possiamo determinare la profondità in centimetri del tumore, la profondità effettiva che il fascio deve attraversare dipende dai materiali che il fascio incontra attraversando il paziente: questo perché il livello di deposizione di energia di un fascio di particelle cambia a seconda del materiale attraversato. Se fossimo fatti interamente di un unico materiale, o meglio ancora di acqua (che è il mezzo usualmente utilizzato per studi di dosimetria in fisica medica), sapremmo esattamente il punto esatto di fermata del fascio.
Sfortunatamente per il trattamento, il corpo umano non è costituito interamente d’acqua e i vari materiali che costituiscono i nostri tessuti rendono il calcolo della profondità effettiva di deposizione di dose meno accurato.

Cosa può provocare sbagliare misura?
Un errore di mezzo centimetro (che potrebbe anche essere dovuto ad un erroneo posizionamento del paziente sul lettino di trattamento o ad un movimento del paziente durante la terapia dovuto anche alla stessa respirazione) potrebbe risultare fatale per un paziente in cui il tumore si trova estremamente vicino a un organo vitale (cuore, arterie, spina dorsale…), o potrebbe risultare in un trattamento non interamente andato a buon fine perché parte del tumore è stato irradiato con una dose insufficiente ad uccidere le cellule.

Come si garantisce allora la sicurezza di un trattamento?
Quando i fisici medici calcolano un piano di trattamento, delimitano dei margini intorno alla zona tumorale entro cui è ancora sicuro irradiare, o ancora meglio calcolano la robustezza di un trattamento, considerando tutte quelle piccole incertezze che potrebbero portare a un risultato non ottimale. Per lo stesso motivo, nei casi “peggiori” dove il tumore è troppo vicino ad un organo vitale, è consigliabile prima effettuare un altro tipo di trattamento, quale la chirurgia per rimuovere la parte di tumore più “fastidiosa” all'adroterapia o la chemioterapia per diminuire le dimensioni del tumore. Tutto ciò significa che non sempre l’alta precisione balistica si traduce anche in alta accuratezza di trattamento.

Quanto possiamo considerare efficiente l’adroterapia?
Pur essendo stati effettuati diversi esperimenti con cellule, ancora non abbiamo una mappa completa di efficienza radiobiologica per tutti i tessuti cellulari. Questa determina quanto danno biologico i fasci di particelle procurano in confronto ai fasci di fotoni. Esistendo tessuti diversi, le cellule che li compongono reagiscono in maniera più o meno diversa alla dose fisica depositata dalle particelle. Cellule di alcuni tessuti muoiono ad una dose fisica più bassa di altre e altre invece sono più radioresistenti.
Ciò significa che, anche in questo caso, se ci sono incertezze nella efficienza radiobiologica di uno dei tanti tessuti attraversati dal fascio di particelle, la terapia potrebbe causare effetti collaterali non desiderati. Quindi ulteriori esperimenti radiobiogici devono essere effettuati per migliorare l’accuratezza della terapia.