Mammografia in base al rischio genetico e non all’età?

   Sportello Cancro, Vera Martinella,

TUMORE AL SENO
In Gran Bretagna più di due donne su tre sarebbero disposte a fare controlli «su misura», più o meno frequenti a seconda delle mutazioni nel Dna


La stragrande maggioranza delle donne sarebbe favorevole all’idea di fare più controlli per il tumore al seno se fosse a conoscenza di avere un rischio genetico di sviluppare la malattia. D’altro canto moltissime sarebbero anche felici di sottoporsi a un numero minore di esami di screening se sapessero invece che le loro probabilità di ammalarsi sono basse. E’ quanto emerge dalla ricerca britannica pubblica sull’ultimo numero della rivista The Breast e condotta da un gruppo di scienziati coordinato da Susanne Meisel dello University College di Londra. Mentre uno studio appena pubblicato sul British Medical Journal soppesa, ancora una volta, i rischi legati a diagnosi e trattamenti in eccesso, che secondo dati inglesi riguardano una donna su cinque che partecipa allo screening.

Sì ai controlli «su misura» in base al Dna
A quasi mille donne del Regno Unito d’età compresa fra i 18 e i 74 anni intervistate per l’indagine è stato chiesto il loro parere sulla possibilità di «confezionare su misura» la prevenzione per il cancro al seno e il 66 per cento di loro era bendisposto all’idea di calibrare la frequenza dei controlli in base al rischio genetico. L’attuale programma di screening britannico (come quello italiano) è basato sull’età più che sul rischio genetico e offre gratuitamente la mammografia di routine alle donne fra i 50 anni e i 70 anni ogni tre anni (nel nostro Paese ogni due). Le inglesi ultra70enni che lo desiderano possono poi chiedere di proseguire se lo desiderano, mentre in Italia alcune regioni hanno esteso le fasce d’età, coinvolgendo nello screening anche donne più giovani o più anziane. A ragazze e signore con una storia familiare particolarmente segnata dalla malattia, poi, viene spesso oggi offerto un percorso personalizzato, che prevede esami e visite a scadenze che tengono conto di diverse variabili, in considerazione del fatto che sono considerate particolarmente in pericolo di sviluppare la malattia.

La diagnosi precoce salva la vita
Nel 2013 in Italia sono stati spediti oltre tre milioni di lettere per sottoporsi gratuitamente alla mammografia per la diagnosi precoce del cancro al seno, ma poco più della metà delle aventi diritto ha accettato l’invito che potrebbe salvare loro la vita: «Se individuato in fase iniziale dal tumore al seno si può guarire in oltre il 90 per cento dei casi – sottolineano gli studiosi inglesi -. D’altro canto è vero che i test di routine possono evidenziare noduli a crescita lenta e poco aggressivi, che mai sarebbero stati visti o avrebbero dato problemi se non fossero stati scoperti con lo screening. E questo può comportare trattamenti “inutili”, ovvero sottoporre le donne a delle cure che senza lo screening non sarebbero state mai necessarie». Stando al National Health Service, il Sistema sanitario britannico, il 99 per cento delle inglesi a cui individuate un nodulo malign viene sottoposta a chirurgia e il 70 per cento a radioterapia o ormonoterapia. «Stando alle stime circa il 20 per cento dei tumori scoperti con lo screening è diagnosticato in eccesso, cioè non avrebbe avuto alcuna influenza sull’aspettativa di vita delle donne, perché piccolo o poco aggressive. Il che significa che 1 donna su 5 riceve anche cure (ed effetti collaterali) in eccesso» scrive Alexandra Barratt sul British Medical Journal .

Calibrare meglio rischi e benefici dello screening
Secondo gli studiosi, calibrare lo screening in base al rischio che ogni donna porta con sé nel Dna potrebbe ovviare al problema, perché si potrebbero offrire visite e controlli a scadenze diverse con maggiori vantaggi e minori “danni collaterali” (come radiazioni o trattamenti in eccesso). «L’85 per cento delle intervistate – conclude Meisel – si è detta disposta a fare più accertamenti se sapesse di correre rischi genetici e il 60 per cento sarebbe d’accordo a eseguirne invece meno se il loro Dna fosse più “favorevole”. Appare evidente, dalle risposte, che le donne ritengono oggi lo screening come un loro diritto e quel 25 per cento di differenza fra le due risposta indica che non sono poche quelle che prediligono un atteggiamento di estrema prudenza. Ovvero, meglio fare i controlli e vivere serene, piuttosto che doversi poi pentire di averne diradato la frequenza».