Con le difese del sistema immunitario si attaccano i tumori

   Sportello Cancro, Adriana Bazzi, 22/06/2015

MEDICINA
Una nuova strategia mira a stimolare il sistema immunitario contro le cellule neoplastiche, ma gli effetti collaterali non sono ancora ben conosciuti

DALLA NOSTRA INVIATA A CHICAGO - Forse per la prima volta, nella storia delle cure contro il cancro, si può davvero parlare di guarigione, anche per pazienti con malattia metastatica. O almeno per alcuni. La promessa arriva da una nuova classe di farmaci antitumorali che stimolano le difese immunitarie dell’organismo ad aggredire il tumore: gli immunoterapici. “Trattamento di rottura”, “grande ottimismo”, “molto eccitante”: questi i commenti di alcuni specialisti (fra i 25 mila) riuniti a Chicago per il meeting annuale degli oncologi clinici (Asco).
Ecco che cosa dicono alcuni studi presentati al congresso.

I principali studi
Uno dei più importanti riguarda il tumore al polmone non a piccole cellule squamoso metastatico: una forma con una prognosi non buona. «Il 51 per cento dei pazienti con questa neoplasia trattato con nivolumab (un immunoterapico, appunto) - dice Lucio Crinò, oncologo a Perugia, uno dei coordinatori della sperimentazione - è vivo dopo un anno, rispetto al 39 per cento di chi invece viene curato con docetaxel, il chemioterapico standard. È presto per dire che l’immunoterapia renderà questi pazienti dei lungo-sopravviventi, ma visti i risultati positivi già osservati sul melanoma è molto probabile che queste percentuali di risposte positive si mantengano nel tempo».
Un secondo studio, sull’adenocarcinoma polmonare, ha dimostrato analoghi benefici in termini di sopravvivenza: le due neoplasie rappresentano il 90 per cento di tutte le forme che colpiscono questo organo ed è evidente l’impatto clinico che potranno avere questi farmaci.

Come funziona l’immunoterapia
L’idea di stimolare le difese dell’organismo per combattere il cancro non è nuova, ma in anni passati non ha funzionato e così si è continuato a distruggere il tumore con la chemioterapia (che colpisce anche i tessuti sani) o, più recentemente, grazie ai progressi della genetica, si è pensato di colpire bersagli specifici delle cellule tumorali (identificati, appunto, attraverso l’analisi del loro Dna) con quella che si chiama la targeted therapy : farmaci che hanno come bersaglio da uccidere le cellule tumorali, risparmiando le cellule sane. Queste terapie non sono tramontate, ma ora si aggiunge la terza chance: l’immunoterapia.
I ricercatori hanno scoperto le relazioni (pericolose) che si instaurano fra cellula tumorale e linfocita T del sistema immunitario (il killer delle cellule tumorali). La prima sviluppa recettori che si legano ad altri recettori, presenti sui linfociti T (si chiamano immunocheckpoint), e li “frenano”, impedendo loro di uccidere le cellule tumorali. Obiettivo dei farmaci immunoterapici è quello di “riattivare” i linfociti.
Come? Togliendo il freno con farmaci, come il nivolumab, che bloccano i checkpoint dei linfociti in modo che non si possano più legare alle cellule tumorali: i linfociti così “liberati” possono fare il loro lavoro di “killer” (si chiamano proprio così anche in termini medici).

I primi successi sul melanoma
La storia moderna dell’immunoterapia è cominciata nel qualche anno fa con l’ipilimumab e il melanoma è stato la sua palestra di allenamento. Questo farmaco aumenta la sopravvivenza in pazienti con malattia metastatica, tanto che due su dieci sopravvivono dopo dieci anni. «Nel melanoma stiamo adesso sperimentando la combinazione di due immunoterapici, nivolumab e ipilimumab - precisa Paolo Ascierto dell’Istituto Tumori di Napoli, Fondazione Pascale - che aumenta ancora di più le probabilità di sopravvivenza dei pazienti rispetto all’ipilimumab da solo».
Sono più di venti gli studi in corso sull’immunoterapia e stanno dimostrando l’efficacia di questi composti anche in altri tipi di tumore, come il glioblastoma del cervello, i tumori del rene, quelli della testa collo o del colon- retto (dove un altro farmaco di questa categoria, il pertuzumab sta dando buoni risultati) o, ancora, tumori del seno particolarmente aggressivi (chiamati triplo-negativo).

Gli effetti collaterali poco conosciuti
Ma non sono tutte rose e fiori. L’immunoterapia pone una serie di problemi, compreso quello di nuovi effetti collaterali, che vanno risolti.
Il primo punto da rivedere sono le modalità di sperimentazione. «Con questi nuovi farmaci - spiega Pierfranco Conte, dell’Istituto oncologico veneto di Padova - è difficile interpretare i risultati degli studi clinici perché può succedere che i benefici siano tardivi (il sistema immunitario risponde con i suoi tempi, ndr ) e non si hanno parametri precisi per valutare l’efficacia. Anche i modelli statistici, finora usati nelle sperimentazioni per stabilire se un trattamento è migliore di un altro, devono essere ripensati».
Poi ci sono gli effetti collaterali, forse minori rispetto a quelli della chemioterapia, ma nuovissimi. Occorre imparare a conoscerli, perché quando si interviene su un sistema delicato, come quello immunitario, le conseguenze possono essere imprevedibili. «L’elenco delle tossicità è piuttosto lungo - commenta Filippo de Braud, oncologo all’Istituto Tumori di Milano - e comprende diarrea, polmoniti, ipotiroidismo, encefalopatie, malattie autoimmuni (legate appunto al fatto che si interviene sul sistema immunitario). L’importante è prevedere questi effetti e gestirli. La diarrea, per esempio va trattata con cortisonici».
C’è però una notizia positiva: anche quando si interrompe il trattamento per la tossicità, il paziente continua a rispondere all’immunoterapia.