Cure anticancro più efficaci quando il cuore è monitorato

   HealthDesk, 20/06/2015


La cardiotossicità da antracicline, una complicanza dei trattamenti antitumorali ch può pesare negativamente sulla prognosi del paziente, non è irreversibile. Se diagnosticata e trattata precocemente, si può ottenere un completo recupero della funzione cardiaca. È la conclusione a cui è giunto uno studio condotto dai medici dell'Istituto europeo di oncologia (Ieo) e del Centro Cardiologico Monzino, pubblicato su Circulation.

Lo studio prospettico, condotto allo Ieo è durato 19 anni e ha coinvolto 2.625 pazienti trattati con antracicline. L'incidenza della cardiotossicità è stata del 9% e si è evidenziata nella quasi totalità dei casi (98%) durante i primi 12 mesi dalla fine del trattamento antitumorale. Un attento monitoraggio della funzione cardiaca durante questo periodo ha consentito la diagnosi e il trattamento precoce di questa forma di cardiopatia, permettendo di ottenere la normalizzazione della funzione cardiaca nella maggioranza dei casi (82%).

«Questi risultati scardinano l'antica convinzione che la cardiotossicità da antracicline sia una patologia irreversibile e mettono in discussione l'attuale classificazione che distingue la cardiotossicità in due diverse entità, precoce e tardiva, a seconda del tempo di insorgenza dei sintomi dello scompenso cardiaco», spiega Daniela Cardinale, direttore dell'Unità di Cardioncologia Ieo e primo autore del lavoro. «Al contrario, la cardiotossicità sembra invece essere un fenomeno unico e continuo, che inizia con una disfunzione cardiaca asintomatica che se non diagnosticata e non trattata, può evolvere verso allo scompenso cardiaco conclamato. Quindi un monitoraggio cardiologico esclusivamente basato sui sintomi può far perdere l'opportunità di una diagnosi e un trattamento in una fase in cui la cardiotossicità è ancora reversibile».

Come sottolineano John Goarke e Anju Nohria del Dana Farber Institute di Boston nel loro editoriale su Circulation, che elogia il lavoro italiano: «La speranza è che questo studio possa ispirare altri alla valutazione sistematica della funzione cardiaca nei pazienti oncologici asintomatici. I cardioncologi hanno la responsabilità di spingere la ricerca clinica in questa direzione, di fronte ad una popolazione crescente di persone che hanno, o hanno avuto, una forma di tumore e presentano un maggior rischio, a causa delle terapie anticancro, di sviluppare malattie cardiovascolari».