Il test genomico che aiuta il medico a decidere

   D-Repubblica, Salute Seno, Letizia Gabaglio, 28/09/2015

OncotypeDX predice il beneficio della chemioterapia per alcuni tipi di pazienti. Presentati i risultati del primo studio mai condotto per verificare l'efficacia di un test multigenico

Può un test genomico indicare quale sia la migliore terapia per una donna malata di tumore al seno? In alcuni casi sì. La prova è stata portata per la prima volta all'European Cancer Congress di Vienna, dove sono stati presentati i dati preliminari dello studio TAYLORx (Trial Assigning IndividuaLised Options for Treatment (Rx)), finanziato dal National Cancer Institute (NCI) americano. Per le donne con tumore sensibile agli ormoni, HER2 negativo, senza linfonodi interessati, classificate a basso rischio dal test OncotypeDX non c'è effettivamente ragione di procedere anche con la chemioterapia, in aggiunta alla terapia ormonale. I dati dello studio dimostrano infatti che il 99,3% delle pazienti che rispondono a questi parametri e sono state trattate con la sola ormonoterapia è vivo e libero da malattia a 5 anni dalla diagnosi. "TAYLORx è il primo studio prospettico che valuta la capacità di un test multigenico, OncotypeDX, di predire l'andamento della malattia. Allo stato attuale la decisione di procedere o meno con la chemioterapia viene presa dal medico, d'accordo con la donna, sulla base di una serie di dati clinici, patologici e biologici usati per calcolare il rischio. Ma in molti casi esistono dei margini di incertezza che questo test dimostra di colmare, almeno in alcune categorie di pazienti", spiega Pierfranco Conte, direttore dell'Oncologia medica 2 dell'Istituto Oncologico Veneto, uno dei centri che partecipa allo studio.

Lo studio. TAILORx coinvolge più di 10mila pazienti operate per un tumore al seno ormonosensibile, HER2 negativo con linfonodi liberi, che sulla base dell'Oncotype DX Recurrence Score, la scala che predice il rischio a partire dal risultato del test genomico, sono state divise in 3 gruppi: a rischio basso (risultato fra o e 10), intermedio (11-25), alto (superiore a 25). Alle prime è stata somministrata solo ormonoterapia, le seconde sono state divise in due gruppi a cui è stata prescritta ormonoterapia con o senza chemioterapia, alle terze la combinazione delle due terapie. I risultati di quest'ultimo gruppo erano già stati presentati e confermavano la scelta terapeutica, ma l'efficacia della predizione si gioca maggiormente sui primi due. Se per quello di rischio intermedio occorre ancora aspettare, oggi sappiamo che per le donne con score fra 0 e 10 - oltre 1600 quelle coinvolte - la scelta di fare solo terapia ormonale indicata dal test è una scelta giusta: a 5 anni dalla diagnosi, il 99,3% di loro è viva e libera da malattia, come scrivono i ricercatori sul New England Journal of Medicine. Un risultato ottimo che non dipende dall'età della paziente, dall'estensione del tumore o dal suo grado. "In questo gruppo ci sono anche pazienti che con i parametri classici sarebbero potute essere trattate con chemioterapia, per esempio perché avevano un tumore esteso, o di stadio G3, o marcatori di proliferazione elevati", va avanti Conte. "Il test, invece, aggiunge un elemento di valutazione importante che guida la decisione del medico".

Il primato. Perché i risultati di questo studio sono così importanti? "Perché è la prima volta che un test multigenico viene valutato nella pratica clinica e non sulla base di dati retrospettivi", sottolinea Conte. Gli studi su cui si basano tutti i test multigenici disponibili sono stati condotti, infatti, a partire dall'analisi dei campioni dei tumori di donne operate anche 20 anni fa di cui si conosce l'andamento della malattia. "Se è vero che in questo modo si hanno subito molti dati a disposizione, è anche vero che così non si riescono a eliminare dei fattori confondenti. Per questo i test devono dimostrare la loro validità anche in studi clinici prospettici", dice l'oncologo. OncotypeDX è finora l'unico test ad aver portato davanti alla comunità scientifica l'evidenza della sua utilità clinica nella stratificazione delle pazienti con tumore allo stadio iniziale.

Ulteriori prove. A confermare l'efficacia di questo test nell'ottimizzazione delle cure arrivano anche i dati del registro Clalit, in Israele: un archivio della storia di 930 pazienti seguite nella vita reale. Metà di questo gruppo presentava uno score inferiore a 10 ed è stato trattato solo con ormonoterapia. Dopo 6 anni il 99,8% delle pazienti è viva e lo 0,5% presenta delle ricorrenze. Le donne considerate invece ad alto rischio, che hanno ricevuto chemio e terapia ormonale, sono vive nel 96% dei casi con il 4% di casi di ricorrenza; nel gruppo di rischio intermedio le percentuali sono rispettivamente del 98,8% e del 2,3%. "I risultati del nostro registro suggeriscono che l'informazione molecolare aggiuntiva data da OncotypeDX è essenziale per evitare alle donne a basso rischio la tossicità e gli effetti collaterali legati alla chemioterapia", ha spiegato Salomon Stemmer, del Dipartimento di Oncologia del Rabin Medical Center dell'Università di Tel Aviv che ha condotto l'analisi. ’Sapere che OncotypeDX predice il beneficio della chemioterapia ci permette di procedere verso un trattamento appropriato e individualizzato per ogni paziente".