Ecco perché gli elefanti non si ammalano di cancro

   Sportello Cancro, Adriana Bazzi, 08/10/2015

STUDIO USA
Il segreto sta in un gene chiamato TP53: è presente in molte copie nel loro Dna e lo protegge dalla moltiplicazione cellulare incontrollata


Gli elefanti si ammalano raramente di tumore e ora si è capito anche il perché. Un gruppo di ricercatori americani dell’University of Utah di Salt Lake City ha dimostrato che questi animali, diversamente da quelli di altre specie, presentano, nel Dna, copie multiple di un gene oncosoppressore, chiamato TP53, che avrebbe un ruolo protettivo. Il cancro nasce perché, in una cellula, si accumulano danni genetici che, se non vengono riparati, portano a una moltiplicazione cellulare incontrollata, ma non si sa ancora bene come funzionino i processi di riparazione del Dna. Così i ricercatori americani, guidati da Joshua Schiffman, hanno pensato di studiare la “resistenza” al cancro in alcuni mammiferi, compresi gli elefanti, confrontando il loro Dna con quello di persone sane e di pazienti con sindrome di Li-Fraumeni, una condizione genetica correlata a un altissimo rischio di sviluppare tumori.

Resistenza ai tumori
Hanno preso in considerazione 36 specie di mammiferi, inclusi elefanti africani e asiatici, e hanno studiato, in laboratorio, il Dna dei loro globuli bianchi: in particolare hanno analizzato la sua capacità di resistere a stimoli capaci di danneggiarlo. E ovviamente hanno studiato l’incidenza della malattia in ogni specie. La prima cosa che hanno dimostrato è che la mortalità per tumore non cresce con l’aumentare della taglia dell’animale e nemmeno della durata della vita. Hanno, dunque, confermato il cosiddetto paradosso di Peto: già negli anni Settanta, infatti, l’epidemiologo inglese Richard Peto della Oxford University aveva notato che questa correlazione non esiste. Sarebbe, invece, più logico ipotizzare il contrario: quanto più un animale è grande, tanto più numerose sono le cellule del suo organismo e tanto più aumenta la probabilità che, in ognuna di loro, si accumulino mutazioni del Dna capaci di trasformarle in cellule maligne.

Grandi taglie
Nonostante la loro grande taglia, dunque, gli elefanti hanno una probabilità di morire di cancro del 4,8 per cento, mentre per gli uomini varia dall’11 al 25 per cento. Ecco il rischio per altri animali: per l’irace del Capo (un animale sudafricano che assomiglia al coniglio) è dell’uno per cento, per il cane selvatico africano è dell’8, per il leone del 2. La seconda cosa che ha dimostrato lo studio, pubblicato dalla rivista Jama, è appunto la presenza, nel Dna degli elefanti, di copie multiple del gene TP53, un importante gene soppressore che è mutato nella maggior parte dei tumori umani: gli elefanti africani ne hanno almeno una ventina. Gli uomini ne hanno una copia, i pazienti con sindrome di Li-Fraumeni hanno solo uno dei due alleli della copia funzionante e la loro probabilità di sviluppare un tumore va dal 90 al 100 per cento. Il TP53 ha a che fare con i processi di apoptosi o morte cellulare. Per semplificare molto: quando si accumulano troppi danni nel Dna, che rischiano di fare “impazzire” la cellula, entra i gioco il TP53 che ne sentenzia la morte. Così la degenerazione si ferma e così spiegherebbe la protezione contro il cancro.