Cannabis terapeutica: l'Italia tra i paesi produttori

   D-Repubblica, Tiziana Moriconi,

La Conferenza Stato-Regioni ha da poco approvato lo schema di decreto che stabilisce le funzioni di “Organismo statale per la cannabis”. Facciamo il punto sull'uso del medicinale nel nostro paese


L’Italia sarà il sesto paese a produrre cannabis per uso medico, dopo Canada, Regno Unito, Olanda, Danimarca e Israele. E lo scorso 20 ottobre la Conferenza Stato-Regioni ha approvato lo schema di decreto che stabilisce le funzioni del Ministro della Salute come “Organismo statale per la cannabis”. Almeno per ora, il farmaco sarà prodotto soltanto nello Stabilimento Chimico farmaceutico Militare di Firenze, e da diversi mesi è stata avviata una produzione sperimentale.

Le leggi e l'accesso alla cannabis terapeutica
L'aspetto legislativo è, in realtà, complesso. In Italia, l'uso terapeutico della cannabis è previsto dal 2007, almeno sulla carta: il Ministero della salute ne aveva infatti riconosciuto il valore farmacologico, demandando però la regolamentazione all'autonomia delle Regioni. Ma, a otto anni di distanza, soltanto 12 regioni hanno emanato le delibere per regolare l'accesso ai farmaci cannabinoidi - Sicilia, Puglia, Basilicata, Abruzzo, Umbria, Marche, Emilia Romagna, Toscana, Liguria, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte - e non sempre semplificando le cose. Di fatto, accedere a questi farmaci per i pazienti è molto difficile: nel 2013, soltanto 40 persone sono state trattate con cannabinoidi. Ancora oggi, i pazienti in trattamento sono meno di 1500, di cui una buona parte in Toscana, la regione più aperta nei confronti dell'impiego di cannabis terapeutica.
Tra il 2013 e il 2014, però, qualcosa è cambiato: un decreto legge ha finalmente reso più snello l'iter burocratico. La prescrizione e la somministrazione posso ora essere fatte direttamente dai medici di base, e il trattamento può essere domiciliare. Ed è previsto che i costi possano essere a carico del sistema sanitario. La rimborsabilità, però, è subordinata alle indicazioni emanate da parte delle regioni e delle province autonome, e nella maggior parte dei casi le spese sono di fatto a carico dei pazienti. I costi, oggi che i medicinali vengono importati - soprattutto dall'Olanda - si aggirano tra gli 80 e i 140 euro per la terapia di un mese, ma si può raggiungere anche il migliaio di euro. Con lo spostamento della produzione in Italia, ci si aspetta che queste cifre si abbassino notevolmente (il costo della produzione è stimato 5,93 euro al grammo di sostanza attiva).

Le patologie previste per la prescrizione
Il decreto appena entrato in vigore (disponibile sul sito di Aduc) fissa però nuovi paletti che stanno suscitando non poche polemiche da parte di alcuni medici che da tempo conducono studi clinici, della Società italiana ricerca cannabis (Sirca) e dell'Associazione cannabis terapeutica. Per esempio, prevede che il medicinale possa essere prescritto come trattamento sintomatico (e non come vera e propria terapia) per:

- contrastare la nausea e il vomito causati dalle chemioterapie e da terapie per l'Hiv

- come analgesico per i malati di sclerosi multipla o con lesioni di midollo spinale

- come analgesico del dolore cronico

- per diminuire la pressione nel glaucoma

- per la riduzione dei movimenti spastici involontari nella sindrome di Gilles e di Tourette.

- per stimolare l'appetito in alcuni pazienti.

Restano quindi fuori da questo elenco diverse patologie per cui la cannabis si è dimostrata efficace e per cui è già impiegata, come la malattia di Alzheimer, il Parkinson, le malattie intestinali croniche, la sclerosi laterale amiotrofica. In tutti questi casi inoltre, si specifica che il ricorso alla cannabis potrà essere fatto solo nel caso in cui le altre terapie convenzionali si siano dimostrate inefficaci. Ancora, il decreto stabilisce che i farmaci andranno assunti soltanto per bocca, sotto forma di decotto, o per inalazione, e non come soluzioni oleose.

Cannabis terapeutica e cancro: cosa dice la scienza
In medicina, vengono sfruttati due principi attivi della cannabis: il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD). Queste sostanze attivano specifici recettori (che fanno parte del nostro sistema endocannabinoide) e hanno un'azione farmacologica, in particolare nel sistema nervoso centrale e nel sistema immunitario.
Per quanto riguarda il loro impiego nei pazienti oncologici, ad oggi è stata riconosciuta la loro efficacia nel contrastare alcuni comuni effetti delle terapie chemioterapiche, soprattutto la nausea e il vomito, e con meno disturbi rispetto ai farmaci antiemetici. Lo conferma una revisione degli studi pubblicata questo novembre sul Cochrane Database of Systematic Reviews. Secondo cui, però, sono necessari ulteriori studi che prendano in considerazione i nuovi regimi di cura e i nuovi farmaci antiemetici disponibili. Anche l'American Cancer Society sostiene la necessità di dedicare maggiore attenzione all'uso terapeutico della cannabis per i pazienti oncologici. Nuovi studi clinici stanno inoltre cercando di capire se la cannabis abbia un qualche effetto diretto anche sulle cellule tumorali, ma i primi risultati ottenuti finora sono contraddittori.

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