«Non vivrò abbastanza per vedere la soluzione finale sul cancro. Ma arriverà»

   HealthDesk, 06/11/2015

IL PROFESSORE
È il messaggio di speranza lasciato da Umberto Veronesi, che, in occasione dei I giorni della ricerca di Airc, ricorda la strada fatta nella lotta ai tumori in solo mezzo secolo



«Quando mi dicono “Tu sei un uomo di successo!”», rispondo «no, io sono un uomo di insuccesso. Perché quello che dovevo raggiungere non è stato raggiunto. Ho fatto qualcosa, ho migliorato la condizione umana delle persone di tumore. Con qualche successo, senza la soluzione finale che purtroppo non ho potuto vedere… Arriverà».
Chi parla è Umberto Veronesi. Stanco come non mai, a pochi giorni dal compiere 90 anni, l’oncologo ricorda come è cambiata la lotta al cancro nell’ultimo mezzo secolo. Cinquant’anni di fitti progressi, ma senza la «soluzione finale».
Lo fa in un video girato per I giorni della ricerca di Airc, l’associazione che in questi giorni rinnova lo sforzo di informare sui progressi nella ricerca sul cancro e per per raccogliere fondi per continuare a sostenerla.

È un legame a filo doppio, quello tra Veronesi e Airc: nel 1965, insieme a un manipolo di medici e imprenditori, fu tra i fondatori dell’associazione che in 50 anni ha distribuito oltre 1 miliardo di euro per il finanziamento della ricerca oncologica. «Non avrei mai immaginato che avrebbe preso una posizione così dominante nel mondo della ricerca sui tumori nel mondo», ricorda Veronesi. «Perché la bellezza di questa associazione è stata quella di promuovere e finanziare la ricerca - che è fondamentale - ma anche dare consapevolezza alle persone».

Così, da allora tutto è cambiato: parlare di tumore oggi non è tabù, né è irrealistico pensare che, forse non oggi, ma certo in un domani non molto lontano, dal cancro si possa guarire come da molte altre malattie.
In parte ciò avviene già: il tasso di mortalità è diminuito del 18% circa per gli uomini e del 10% circa per le donne negli ultimi due decenni. Una persona su quattro può considerarsi guarita perché torna ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale, cioè di chi non ha mai avuto una diagnosi di tumore. E oggi in Italia sono circa 3 milioni le persone che convivono con una precedente esperienza di cancro: un italiano su 20.
Risultati che non sono arrivati per caso. Sono il frutto del lavoro di chi mezzo secolo fa cominciò a sfidare l’idea che fare ricerca sul cancro, tentare di curarlo (e non semplicemente estirparlo, come si faceva fino ad allora) non fosse una follia. E delle migliaia di medici e ricercatori che sono venuti dopo.
Fino alle nuove leve che oggi affrontano la sfida della complessità di una malattia che - ormai è chiaro - non è una sola malattia, ma almeno 100, 200 o forse di più.
«La precisione molecolare sta scompaginando la nostra classificazione dei tumori», spiega Giuseppe Testa, Professore di Biologia Molecolare all’Università di Milano e Direttore del laboratorio di epigenetica delle cellule staminali presso IEO Milano. «Se finora la diagnosi era largamente basata su che organo fosse colpito e da quale tipo di cellule, oggi il nostro sguardo può svelare i singoli geni mutati nel tumore di ciascun paziente, e questo può fare la differenza per la terapia».
Soprattutto a questo lavorano oggi i ricercatori in Italia e nel mondo: a conoscere nel dettaglio ogni aspetto di ogni singola forma tumorale e individuare in questi dettagli un segno di vulnerabilità. Una crepa attraverso cui far sgretolare la malattia.
A questo stanno lavorando anche i 5.000 ricercatori sostenuti da Airc: non solo biologi o medici. Ma anche fisici, chimici, statistici, informatici. Per esempio Anna Chiara, fisico che all’Istituto di Biofisica delle Proteine CNR a Napoli sta sviluppando tecniche ottiche non invasive per la diagnosi precoce del cancro su scala cellulare e molecolare.
E basta un flash di Umberto Veronesi per capire la strada fatta in questo mezzo secolo: «Quando io ho incominciato a occuparmi di tumori non avevamo mezzi diagnostici: solo le nostre mani. Io ho le mani sensibilissime perché per 30 anni dovevo fare diagnosi di tumore solamente con la percezione delle mie dita».
Dai polpastrelli alle tecniche ottiche in soli 50 anni. Che sono un’infinità per la vita di un uomo ma un nonnulla se si considera la posta in gioco: la «soluzione finale», la vittoria definitiva contro il cancro.
Che, sì, arriverà. 

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