Un gene rende il cancro immune alla chemioterapia

   HealthDesk, 04/11/2015

IMMUNITÀ E TUMORI
Una singola mutazione fa sì che le cellule tumorali, anche se colpite dai farmaci chemioterapici, non siano riconosciute dal sistema immunitario. Così l’efficacia della chemio risulta monca


Una semplice mutazione genetica è in grado di inficiare l’efficacia della chemioterapia impiegata nel trattamento del tumore del seno e di quello del colon.
È quanto emerso da uno studio internazionale a cui hanno preso parte anche ricercatori italiani dell’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del CNR e dell’Istituto superiore di sanità pubblicato su Science.
La ricerca si è concentrata sul gene che codifica per il recettore FPR1 (Formyl Peptide Receptor 1) espresso sulle cellule del sistema immunitario e che ha il compito di riconoscere i tumore stesso. Nei casi in cui viene effettuato un trattamento con farmaci chemioterapici in grado di indurre la morte della cellula tumorale che attiva poi la risposta immunitaria contro il tumore stesso (viene definita immunogenica), il tumore esprime diverse molecole che il sistema immunitario prontamente capta. Una di queste, chiamata Annessina A1, si lega proprio al recettore FPR1 attivando la risposta immunitaria.
«I nostri studi hanno evidenziato come in mancanza del recettore FPR1 sulle cellule immunitarie o dell’Annessina A1 sulle cellule carcinomatose trattate con antracicline o oxaliplatino, le cellule immunitarie sono quasi inibite, o comunque meno abili a captare le cellule maligne e quindi meno attive nel migrare verso il tumore», ha illustrato Fabrizio Mattei, capofila tra i ricercatori del dipartimento di Ematologia, Oncologia e Medicina Molecolare dell’ISS che hanno dimostrato il ruolo dell’interazione FPR1-Annessina A1 mediante un monitoraggio in tempo reale del movimento delle cellule del sistema immunitario verso le cellule tumorali sottoposte a chemioterapia. «Risultano, in altre parole, incapaci di instaurare interazioni stabili con la cellula tumorale, requisito fondamentale per l’attivazione di una risposta immunitaria efficace».
«L’individuazione di un link genetico predittivo della risposta alle chemioterapie basate su determinati farmaci può avere una grande importanza per lo sviluppo di nuove terapie in quanto pone le basi per strategie terapeutiche in grado di aggirare il “difetto” in quei pazienti oncologici che lo presentano», ha commentato il presidente dell’Istituto superiore di sanità Walter Ricciardi.
La ricerca è stata resa possibile dall’utilizzo di dispositivi microfluidici (i cosiddetti Lab-on-a-chip, dei veri e propri laboratori di analisi chimica biologica miniaturizzati) costruiti ad hoc nel laboratorio dell’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del CNR.
«È importante sottolineare che la ricostituzione su chip microfluidici di microambienti cellulari complessi ha diversi vantaggi», ha detto Luca Businaro del CNR. «In primis, permette di simulare sotto al microscopio processi estremamente difficili da osservare all’interno del corpo umano, costituendo, dunque, un nuovo e potente strumento di misura per lo studio sull’interazione tra popolazioni di cellule. In secondo luogo, questo approccio, grazie all’utilizzo di poche cellule provenienti dal donatore, è un passo decisivo per ricostruire in vitro organismi complessi ed apre la strada non solo alla riduzione dell’utilizzo di animali in laboratorio, ma anche alla messa a punto di test diagnostico-predittivi per terapie personalizzate al servizio del paziente».