«La ricostruzione del seno dopo un tumore è un diritto, non un obbligo»

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 03/11/2016

IL COMMENTO DI PAOLO VERONESI
I rischi di infezione o rigetto delle protesi in centri specializzati sono molto bassi. Sempre più donne, specie giovani, scelgono l'intervento seguito da ricostruzione


«Occorre che ogni donna faccia la scelta che ritiene più opportuna, dopo essere stata correttamente informata dai medici di riferimento, perché ogni donna è un universo a sé e non esistono regole valide per tutte». Così Paolo Veronesi, direttore della Senologia Chirurgica all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e presidente della Fondazione Umberto Veronesi, commenta l'articolo dedicato dal New York Times al movimento «go flat» (resta piatta) che invoca il diritto delle pazienti operate di carcinoma mammario a non eseguire la ricostruzione plastica dopo l'asportazione di uno o entrambi i seni. Nel 2015 48mila italiane hanno dovuto fare i conti con una diagnosi di tumore al seno. Eliminare la malattia resta l’obiettivo primario, per loro e per i medici, ma oggi le pazienti sono più informate e partecipano alle decisioni sul tipo di trattamento . E, stando a un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Annals of Surgical Oncology, quando devono decidere a che tipo d’intervento sottoporsi per rimuovere il tumore (fra quelli indicati nel loro caso) ascoltano prima di tutto sé stesse, poi il partner o il medico.

Sempre più donne scelgono l'intervento e la ricostruzione
«La ricostruzione del seno - continua Veronesi - è parte integrante del trattamento “conservativo” del carcinoma mammario, un percorso iniziato quarant’anni fa grazie alla conservazione del seno, e che oggi possiamo intendere più ampiamente come “conservazione dell’immagine e della capacità funzionale” della donna. In questa direzione sono nate tecniche chirurgiche sempre più conservative che risparmiano i linfonodi ascellari e che, nel caso di mastectomia, permettono la ricostruzione immediata preservando spesso anche il complesso areola capezzolo». Soprattutto negli Stati Uniti è però in crescita il numero di donne, specie giovani, che pur potendo sottoporsi a un “semplice” intervento conservativo per asportare il tumore, decidono di affrontare l’asportazione di uno o persino entrambi i seni. Lo testimoniano i numeri riportati da uno studio comparso sulla rivistaJAMA Surgeryrelativi oltre un milione e duecentomila pazienti: anche di fronte a un carcinoma di piccole dimensioni, localizzato e con linfonodi negativi, sale il numero di candidate a un intervento conservativo (che consentirebbe di asportare il tumore, preservando gran parte della ghiandola mammaria) che invece prediligono la mastectomia, ma è anche triplicato il numero delle ricostruzioni.

La ricostruzione è un diritto, non un obbligo
Uno dei motivi è sicuramente il progresso fatto nelle tecniche di ricostruzione, che oggi sono molto più evolute rispetto al passato: quasi sempre è possibile a salvare completamente l’aspetto esteriore della mammella, conservando la pelle e il capezzolo e ricostruendo immediatamente la ghiandola con una protesi al silicone. In termini estetici il risultato può essere anche migliore di un intervento conservativo e finisce per far pendere l’ago della bilancia verso una chirurgia più estesa. «Naturalmente la ricostruzione del seno deve essere offerta di routine a tutte le pazienti ma non deve essere un obbligo - dice Veronesi - . Alcune donne preferiscono fare a meno delle protesi e non per questo sono meno “donne».In Italia, secondo dati recenti, la ricostruzione immediata del seno (contestuale all'asportazione della neoplasia) riguarda solo un terzo delle pazienti operate, ma l’intervento di ricostruzione può essere fatto in qualunque momento, anche dopo anni.

Rischi di infezione o rigetto delle protesi molto bassi
Le donne del movimento «go flat», nel rivendicare la loro scelta, sottolineano anche che l'intervento di ricostruzione plastica non è scevro da rischi. «I rischi legati alla ricostruzione, come le infezioni, sono oggi molto bassi, inferiori al 1,5 percento nella nostra casistica - conclude Veronesi -. Quindi non è il pericolo legato all'operazione ricostruttiva che deve essere motivo di una scelta o di una rinuncia. Questo naturalmente se l’intervento è effettuato presso un centro specializzato. Anche il rischio di contrattura capsulare severa (il cosiddetto “rigetto”) è molto basso, intorno all’otto percento, ed è comunque correggibile con un secondo intervento». La ricerca sul tumore al seno ha cambiato la vita di migliaia di donne. Negli ultimi 20 anni le guarigioni sono raddoppiate e per quella che resta tuttora la forma di cancro più diffusa fra le italiane, il futuro fa ben sperare: a dei 5 anni dalla diagnosi è vivo l’87 per cento delle pazienti e se la malattia viene identificata nelle fasi iniziali, la sopravvivenza può arrivare al 98 per cento.


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