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news del 15 ottobre 2009

15 ottobre 2009

SOMMARIO:

  1. Milano capitale per la lotta al tumore
  2. Tumori: scarse assistenza psicologica e domiciliare medici e pazienti creano l’osservatorio sulle difformità
  3. Il cancro? per 6 italiani su 10 si può guarire ma solo la metà sa cosa siano gli screening
  4. Nuovi farmaci: un puzzle tutto italiano
  5. Helpline di AIMaC offre consulenza nutrizionale
  6. Premio Nobel 2009 per la medicina agli scopritori dei telomeri
  7. Una base genetica per il tumore al seno
  8. Test del sangue per aggressività dei tumori
  9. Curare senza burocrazia, per una sanità al servizio dei cittadini
  10. Tumori: combattere la depressione aumenta la sopravvivenza? 
  11. Tumore seno: scoperto gene responsabile della metà dei casi
  12. Farmacie: i nuovi servizi erogati dal Sistema sanitario nazionale
  13. Dai nuovi laboratori dell’IRE scoperti geni coinvolti nell’angiogenesi tumorale
  14. Cancro: per chi è solo è ancor più pericoloso
 

Milano capitale per la lotta al tumore

(Aiom, News, 10 ottobre 2009)
 
La lotta al cancro non conosce più confini: è centralizzata l'approvazione dei farmaci, da parte dell'agenzia europea (EMEA), sono globalizzate le campagne dedicate alla prevenzione, con l'accento sugli stili di vita, sempre più i pazienti si spostano di Paese in Paese alla ricerca del centro migliore e della terapia più innovativa. In questo contesto, l'oncologia italiana si afferma come un punto di riferimento. E l'eccellenza della nostra tradizione clinica e nella ricerca hanno indotto l'ESMO, la più importante e rappresentativa società scientifica europea, a celebrare a Milano il suo prossimo Congresso internazionale, che si terrà nel capoluogo lombardo nell'ottobre 2010. Una manifestazione che vedrà riuniti 15.000 specialisti da tutto il mondo, di grande importanza scientifica ma anche economica e sociale, perché il cancro è una malattia talmente diffusa e complessa da richiedere un approccio globale, da parte di medici e Istituzioni. E il percorso di avvicinamento inizia oggi, con l'avvio del Congresso annuale dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), in corso fino al 13 ottobre proprio a Milano. "La collaborazione fra le due associazioni è totale - spiega il prof. Francesco Boccardo, presidente nazionale AIOM - soprattutto per studiare strategie informative e motivare i giovani. Ad esempio, abbiamo previsto un'unica quota associativa, così da favorire l'aggiornamento scientifico. Anche nella nostra professione infatti i confini devono sempre più sfumare, per permettere un reale confronto e una circolazione delle conoscenze. Ma l'obiettivo fondamentale è che attraverso questa sinergia si possa rafforzare il consenso a livello europeo per il riconoscimento e l'accreditamento della nostra specialità". "Siamo lieti che già da ora si sia creato un "ponte" per unire i due appuntamenti che vedranno Milano protagonista afferma il prof. José Baselga, presidente dell'ESMO. L'Italia è stata scelta per la sua importantissima tradizione, per la sua comunità oncologica vibrante e per i suoi importanti contributi in questo campo. Inoltre gli oncologi italiani iscritti all'ESMO costituiscono un gruppo significativo. Siamo certi che riceveremo un'accoglienza di prim'ordine ma soprattutto una collaborazione e una condivisione vere, come dimostra la grande intesa che già si è stabilita", ha concluso il Prof. Baselga. A partire da ora, verranno attivate nel nostro Paese iniziative specifiche di taglio medico, istituzionale e con il coinvolgimento delle associazioni dei pazienti perché il Congresso ESMO di Milano 2010 non rappresenti solo un appuntamento per addetti ai lavori ma una reale occasione di confronto culturale sul cancro e sulle strategie per prevenirlo e curarlo.
 

Tumori: scarse assistenza psicologica e domiciliare medici e pazienti creano l’osservatorio sulle difformità

 (Salute Europa, 12/10/2009)
 
Sono oltre due milioni gli italiani che convivono con un tumore ma l’assistenza domiciliare e quella psicologica restano ancora un tabù per l’oncologia italiana. In un panorama positivo per livello delle prestazioni e risultati raggiunti, emergono carenze evidenti sul tempo che l’équipe sanitaria dedica al malato una volta a casa, giudicato inadeguato dal 53% delle associazioni di volontariato e sul sostegno psicologico, di cui usufruiscono solo il 38,3% dei pazienti al Nord, il 20,9% al Centro e il 12% al Sud, con una media nazionale ferma al 26,5%.
Le differenze riguardano anche la disponibilità di nuovi farmaci, con ritardi di alcuni mesi fra regione e regione nell’introduzione di alcune molecole più innovative. Lo rileva una ricerca condotta dalla Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato Oncologico (FAVO) e dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica, presentata oggi all’XI Congresso Nazionale AIOM in corso a Milano. Si tratta della versione conclusiva del rapporto sulle “Disparità nell’accesso dei malati oncologici ai trattamenti terapeutici e assistenziali” redatto con il Censis all’inizio del 2009. “Le diversità riguardano anche altri ambiti, come i modelli organizzativi e il governo clinico e della spesa, la formazione, l’appropriatezza dei criteri di allocazione e di utilizzo delle risorse – afferma il prof. Francesco Boccardo, presidente nazionale AIOM -. La nostra Associazione è impegnata attivamente nel processo di razionalizzazione, con progetti specifici (per esempio sulle cure palliative e sull’umanizzazione) e attraverso l’implementazione di linee guida per la diagnosi e la cura di tutti i principali tumori e per l’utilizzo di specifici farmaci”. Attualmente sono 22 e in questo congresso verranno distribuite agli oncologi per favorire l’attività quotidiana nei reparti.”
 “Per strutturare politiche e strategie di superamento delle disparità abbiamo istituito l’Osservatorio permanente sulle Difformità assistenziali – afferma Francesco De Lorenzo, presidente FAVO – un organismo che coinvolge oltre a noi ed AIOM anche i radioterapisti, l’INPS, l’AIFA e il Sistema informativo sanitario. L’obiettivo è mettere a disposizione dei pazienti uno strumento di monitoraggio capace di cogliere in tempo reale emergenze o storture”. Oltre a questa nuova struttura, l’AIOM può contare anche sul suo “Libro bianco”, diventato da anni il punto di riferimento dell’Oncologia italiana”, la cui nuova edizione verrà presentata a gennaio 2010.
 Ormai giunto alla quarta edizione il “Libro bianco” subirà una grande trasformazione per renderlo sempre più una “guida” anche per i pazienti. “Si tratterà di una vera e propria carta dei servizi – spiega il prof. Carmelo Iacono, presidente eletto AIOM e responsabile del progetto – che coinvolge 240 unità operative. Abbiamo raccolto dati di estremo interesse, ad esempio sulle modalità di accesso al ricovero e sulle prestazioni erogate in degenza ordinaria, in day hospital e in ambulatorio, sulla presenza di infermieri professionali, di medici strutturati, sulla possibilità di ottenere il supporto psicologico e l’assistenza domiciliare.
 Si tratta di un prodotto concepito sia per i clinici che per i pazienti, che potranno accedere a tutte le informazioni attraverso il sito dell’AIOM www.aiom.it”. Tra i dati vi è anche l’indicazione della spesa complessiva di ciascuna struttura per farmaci e personale. La prima voce, al contrario di quanto si crede incide di gran lunga meno della seconda sui bilanci.
 “Non è accettabile operare strategie di razionalizzazione su questo aspetto: a tutti i malati va garantito l’accesso alle terapie innovative – afferma il prof. Marco Venturini, segretario nazionale AIOM –. Una battaglia che vede AIOM coinvolta direttamente con uno specifico gruppo di lavoro. Abbiamo individuato alcune priorità: per prima cosa esaminare i percorsi autorizzativi e la reale disponibilità di questi farmaci nelle varie strutture del Paese. Poi verificare le criticità eventualmente legate alle disponibilità di budget e all’uso “off label” (cioè un utilizzo diverso rispetto alle indicazioni per cui è stato autorizzato). Infine, valutare come ottimizzare l’impiego di queste molecole, da un lato con la ricerca di indici di predittività più attendibili rispetto a quelli attuali, dall’altro con progetti per la diffusione e l’impiego su scala nazionale di quelli già disponibili”. I risultati verranno presto messi a disposizione di professionisti e Istituzioni, nazionali e regionali, per favorire l’adozione di correttivi e misure concrete a favore del paziente.
 

Il cancro? per 6 italiani su 10 si può guarire ma solo la metà sa cosa siano gli screening

 (Salute Europa, 12/10/2009)
 
Il tumore non è più un male incurabile: ne è convinto il 60% degli italiani. Una “rivoluzione culturale” rispetto alla percezione comune fino a pochi anni fa, legata alla miglior informazione sulla malattia e ai progressi delle terapie. Conquiste che appaiono evidenti, soprattutto quando si parla di un big killer, il cancro del colon retto, che tanto ha beneficiato dei nuovi farmaci biologici mirati e dei programmi di diagnosi precoce.
 Ma se uno su 2 dice che oggi di questa neoplasia si può guarire, il 42% sa che esistono terapie efficaci e personalizzate e il 73% crede siano anche meno “aggressive” per l’organismo, fa riflettere che solo il 38% affermi che si può prevenire e che ben uno su 4 non sia disposto a cambiare il proprio stile di vita per diminuire il livello di rischio. Per non parlare dello screening che è conosciuto solo dal 50% dei cittadini.Il quadro emerge dalla prima indagine condotta dall’Associazione Italiana di Oncologia medica (AIOM) sulla conoscenza, la prevenzione e le terapie sul tumore del colon retto. Un sondaggio che ha coinvolto nel settembre 2009 800 italiani, intervistati a Roma e Milano fuori da centri commerciali, presentato nel capoluogo lombardo nella giornata di apertura del Congresso Nazionale AIOM (10/13 ottobre). Più donne che uomini (62 contro 38%), la stragrande maggioranza (81%) ha conosciuto il cancro da vicino, perché ne è stato colpito un amico o familiare. “Insomma, il tumore quando viene fa meno paura ma gli italiani si impegnano ancora troppo poco per tenerlo lontano” ha affermato il prof. Francesco Boccardo, presidente nazionale AIOM. “E non vi è consapevolezza sui fattori di rischio ha aggiunto il prof. Carmelo Iacono, presidente eletto AIOM - sono sottostimate in particolare l’importanza di praticare attività fisica (segnalata solo dal 15%) e di una corretta alimentazione (uno su due la sottovaluta). Al contrario voci come l’inquinamento vengono ritenute rilevanti nel provocare il tumore da un 59%”. Il dato sulla diagnosi precoce e l’adesione agli screening conferma come ancora nel nostro Paese serva molta educazione: su questo si orienterà l’impegno della Società scientifica. “Siamo riusciti a trasmettere con successo un messaggio di fiducia nelle terapie – continua il prof. Marco Venturini, segretario nazionale Aiom -: una scommessa vinta, anche perché sono trascorsi solo 5 anni dall’approvazione di bevacizumab, il primo trattamento anti-angiogenesi approvato dalla FDA per l’uso nel cancro del colon-retto avanzato o metastatico, che ha aperto la strada ad altri farmaci biologici. Ora dobbiamo impegnarci di più come società scientifica per educare alla prevenzione”.
 Il cancro del colon-retto è stato individuato dagli esperti perchè paradigmatico: è la seconda causa di morte da tumore in Europa ed è il terzo più diffuso al mondo. Ogni giorno in Italia 120 persone ricevono una diagnosi per questa neoplasia e 40 ne muoiono: si tratta del secondo “big killer” che causa circa 16.000 decessi l’anno. “Ma si può prevenire con un corretto stile di vita, esiste uno screening ed è quello in cui i farmaci biologici hanno trovato il più largo impiego clinico – ha spiegato il prof. Boccardo -. Questi elementi hanno modificanto profondamente la storia della malattia, tanto che oggi la sopravvivenza è pari al 54%”. “Abbiamo scelto questa neoplasia come emblema della portata dei cambiamenti avvenuti nella nostra disciplina – ha proseguito il prof. Iacono – per lanciare un messaggio di speranza in occasione del nostro più importante appuntamento scientifico annuale. Siamo orgogliosi inoltre che dal sondaggio sia emerso un significativo apprezzamento per il nostro lavoro: il 42% degli intervistati afferma che il livello dell’oncologia italiana è ottimo, il 34% buono. Giudizi che rendono conto dei nostri sforzi e riconoscono una situazione di oggettiva eccellenza, in cui l’Italia si distingue a livello mondiale per numero di pubblicazioni scientifiche e per il livello dell’assistenza. Certo i problemi non mancano e noi come Società scientifica siamo impegnati su più fronti per migliorare ogni giorno la vita dei pazienti nei nostri ospedali”.
 Il Congresso, che riunisce 3.000 partecipanti, affronta i temi più attuali legati sia alle novità scientifiche che alle questioni di politica sanitaria e culturale. “L’approccio a questa malattia sta radicalmente cambiando – ha concluso il prof. Venturini -. Non si fa più riferimento all’organo colpito ma ai meccanismi molecolari che sovrintendono lo sviluppo della neoplasia: un processo ormai avanzato che presto potrebbe portare ad una nuova classificazione dei tumori. Una rivoluzione destinata ad incidere profondamente sul modo di impostare le terapie, con un più completo e mirato utilizzo dei farmaci biologici: una grande risorsa, che potremo impiegare al meglio delle potenzialità, con un conseguente vantaggio in salute per i nostri pazienti, una razionalizzazione e un risparmio per il sistema sanitario”.
 

Nuovi farmaci: un puzzle tutto italiano 

Da Regione in Regione variano le regole per approvare una nuova terapia. «Così si allungano i tempi e crescono le discriminazioni fra i malati» denunciano gli oncologi
(Sportello Cancro, Donatella Barus, (Fondazione Veronesi) 13 ottobre 2009)
 
MILANO - A certi malati i nuovi farmaci anticancro possono arrivare con mesi di ritardo rispetto al momento in cui sono stati messi a disposizione di altre persone, come loro alle prese con un tumore da curare. Basta abitare a pochi chilometri di distanza, aldilà del confine regionale. E ai medici basta lavorare Regioni differenti per dover affrontare arzigogolate trafile burocratiche prima di poter avere l’autorizzazione a una terapia avanzata che, invece, il collega di un’altra città semplicemente prescrive ai pazienti che ne hanno bisogno.
LA RICERCA - È quanto denunciano gli oncologi dell’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica in un’indagine presentata al congresso nazionale che li ha riuniti a Milano dal 10 al 13 ottobre. Gli esperti hanno esaminato otto farmaci innovativi ad alto costo. «Abbiamo scattato una fotografia della situazione italiana in un dato momento (aprile 2009) rispetto ai farmaci a bersaglio molecolare o chemioterapici ad alto costo approvati negli ultimi anni dall’Aifa, l’agenzia italiana per il farmaco» ha spiegato Stefania Gori, consigliere nazionale Aiom. Ecco cosa ne è emerso.
 I FARMACI ESCLUSI - I malati di tumore al colon già trattato con chemioterapia in Emilia Romagna, fino ad oggi, hanno potuto accedere ad una terapia con cetuximab approvata in tutto il resto d’Italia solo andando a farsi curare altrove o dietro speciale autorizzazione ottenuta dopo che l’oncologo ha compilato una «richiesta motivata personalizzata». Idem per il sorafenib, introdotto e autorizzato per trattare i tumori del rene ovunque tranne che in Sardegna, o il pemetrexed «escluso» in Abruzzo. Come può accadere? «Il problema – risponde Stefania Gori – è la frammentazione dei livelli di approvazione. Perché un nuovo farmaco possa essere usato occorre l’autorizzazione per l’immissione in commercio, che l’Italia recepisce dall’Emea, l’agenzia regolatoria europea. È l’Emea che attesta, sulla base delle valutazioni e dei risultati sperimentali condivisi dalla comunità internazionale, che un farmaco è efficace e commerciabile».
 ITER COMPLESSI - La palla a questo punto passa all’agenzia nazionale italiana, l’Aifa. «All’agenzia spetta la contrattazione del prezzo con l’azienda produttrice e poi l’inserimento del farmaco nel prontuario farmaceutico nazionale» prosegue Stefania Gori. Parrebbe finita qui, ma non è così. Prima che i flaconi del nuovo medicinale prendano posto negli scaffali delle farmacie ospedaliere c’è ancora un filtro, le commissioni locali (regionali, provinciali, perfino della singola azienda ospedaliera in certe aree) che valutano l’inserimento del farmaco nei prontuari terapeutici sub-nazionali. Spiega Gori «Hanno potere di veto in base a considerazioni di costo-beneficio. Se la commissione locale ritiene che un dato farmaco non offra le necessarie garanzie di efficacia rispetto al suo impatto sul bilancio sanitario regionale, lo può bloccare».
LE SCAPPATOIE ESISTONO - È stato il caso, già citato, del cetuximab per i tumori del colon che solo oggi, dopo oltre quattro anni all’autorizzazione dell’Aifa, ha convinto le autorità regolatorie dell’Emilia Romagna. «Oggi ne sappiamo di più, ci sono nuovi test che ci garantiscono una migliore selezione dei pazienti che beneficeranno del farmaco» spiega Giorgio Lelli, coordinatore Aiom per l’Emilia Romagna. «Negli anni scorsi abbiamo potuto curare i pazienti con questo farmaco – precisa Lelli – compilando una richiesta motivata personalizzata su ogni singolo caso da trattare, da sottoporre alla valutazione dei vari direttori sanitari». Le scappatoie esistono, dunque (in Abruzzo il pemetrexed si prescrive lo stesso perché il no del prontuario terapeutico «non è vincolante» ), ma al prezzo di scartoffie e carico burocratico aggiunto che si caricano sulle spalle dei medici.
C’E’ CHI HA GIA’ SEMPLIFICATO - Tutto si risolverebbe semplificando. «Non tutte le Regioni hanno prontuari sub-nazionali – osserva Stefania Gori -. Piemonte, Lombardia, Marche, Friuli Venezia Giulia e la provincia di Bolzano recepiscono direttamente le indicazioni dell’Aifa, riducendo enormemente i tempi e le difformità».
 TEMPI DIFFORMI – Sei casi di farmaci esclusi dai prontuari locali sono relativamente pochi e tutto sommato aggirabili, resta più complessa la risoluzione di una seconda complicazione tutta italiana: i tempi che intercorrono fra il via libera dell’Aifa e l’effettiva disponibilità del medicinale nelle farmacie ospedaliere.«È questa la vera fonte di discriminazione per i pazienti italiani a seconda delle loro regioni d’appartenenza» commenta Stefania Gori. Una ricerca condotta dalla Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato Oncologico (Favo) e dall’Aiom qualche mese fa e discussa durante il meeting milanese dipinge un ritratto a chiaroscuri e alcuni casi lampanti di divario nei tempi di approvazione. Il bevacizumab (anticorpo monoclonale indicato per tumori del colon-retto, mammella, polmone e rene) è arrivato in media poco più di tre mesi dopo il via libera dell’Aifa pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ma con picchi di nove mesi in Emilia-Romagna sei mesi in Lazio. L’erlotinib, a fronte di un tempo medio pari a 5,7 mesi è entrato in Emilia Romagna dopo un anno e in Lazio dopo otto mesi. «Accade così per tutti i farmaci, non solo oncologici – precisa Stefania Gori -. Basti pensare che secondo le ultime rilevazioni da rilascio dell’autorizzazione dell’Emea all’inclusione nel prontuario terapeutico regionale passano 226 giorni in Calabria e 504 in Toscana». E di nuovo la parola d’ordine necessaria pare la stessa: semplificare.
 

Helpline di AIMaC offre consulenza nutrizionale

(AIMaC, Notizie e attualità, 07 Ottobre 2009)
 
La HELPLINE di AIMaC è da oggi in grado di offrire anche una consulenza nutrizionale.
Un corretto stile di vita e il mantenimento del peso corporeo sono elementi fondamentali per rimanere in buona salute per tutti, ma soprattutto per le persone che hanno o hanno avuto esperienza di malattia.La consulenza nutrizionale è particolarmente importante per le persone che hanno ricevuto in passato la diagnosi di cancro e che, pur essendo oggi libere dalla malattia, risentono degli effetti collaterali della malattia o dei trattamenti.L’esperto di nutrizione è disponibile nei giorni di martedì e giovedì, dalle 10 alle 13.
Chiama la HELPLINE di AIMaC al Numero verde 840 503579 o allo 06 4825107, e chiedi all’esperto di nutrizione se il tuo stile di vita è corretto: bastano 10 minuti e, dopo una breve intervista, saprai se e cosa dovresti cambiare nella tua alimentazione e nella tua attività fisica per stare e sentirti sempre bene, sempre meglio!
Questo servizio è reso possibile grazie alla collaborazione tra AIMaC e gli esperti del Dipartimento di Medicina Clinica, Umberto I Policlinico di Roma  - Sapienza, Università di Roma, che AIMaC ringrazia per la disponibilità. 
 

Premio Nobel 2009 per la medicina agli scopritori dei telomeri

Elizabeth H. Blackburn, Carol W. Greider e Jack W. Szostak nel 1985 all'università di Berkeley hanno scoperto come la telomerasi è implicata nei processi d'invecchiamento cellulare
(Redazione MolecularLab.it (05/10/2009)
 
 Il premio Nobel 2009 per la medicina è andato a Elizabeth H. Blackburn, Carol W. Greider e Jack W. Szostak, tre ricercatori statunitensi.
Il modo in cui i cromosomi sono protetti dai telomeri e l'azione della telomerasi, è questo la scoperta del 1985 che li ha portati al premio Nobel.
Una scoperta che ha aperto la strada alla ricerca sull'invecchiamento cellule:  in seguito alla riproduzione cellulare la lunghezza dei telomeri, al termine dei cromosomi, si riduce progressivamente fino a quando non riescono più a proteggere i cromosomi. Le cellule quindi, non riuscendo più duplicarsi correttamente, prendendo la via dell'apoptosi vedendo implicata anche la proteina p53 (a sua volta legata con l'oncogenesi). La telomerasi è l'enzima alla base del processo, scoperto dai premi nobel nell'università di Berkeley, il quale può sintetizzare nuove sequenze telomeriche, allungando di fatto la vita cellulare. Il problema è che nelle cellule somatiche con il passare del tempo l'attività telomerasica tende a scomparire. Per mantenere un continuo ricambio cellulare, in molti tessuti sono presenti le cellule staminali, che grazie a telomerasi attive non incorrono nello stesso processo di degenerazione.

I premiati del premio Nobel per la medicina sono:
Elizabeth H. Blackburn
, cittadina australiana e statunitense. È nata nel 1948 in Australia, a Hobart (Tasmania), ha studiato nell'università di Melbourne e ha proseguito gli studi di dottorato nel 1975 in Gran Bretagna, a Cambridge. In seguito si è trasferita negli Stati Uniti, nell'università di Yale e poi nell'università della California a Berkeley.Dal 1990 insegna Biologia e Fisiologia nell'università della California e San Francisco.
Carol W. Greider è cittadina americana ed è nata nel 1961 in California, a San Diego, California. Ha studiato nell'università della California a Santa Barbara e poi in quella di Berkeley. Qui ha concluso il dottorato nel 1987, con Elizabeth H. Blackburn come supervisore. In seguito ha lavorato nel dipartimento di Biologia molecolare e genetica del Laboratorio di Cold Spring Harbor Laboratory e dal 1997 è nell'università Johns Hopkins di Baltimora.
Jack W. Szostak, cittadino americano, è nato nel 1952 in Gran Bretagna, a Londra, ed è cresciuto in Canada. Qui ha studiato nell'università di Montreal e quindi si è trasferito negli Usa, nella Cornell University e poi nell'università di Harvard. Attualmente insegna Genetica nel Massachusetts General Hospital di Boston e fa parte dell'Istituto Howard Hughes per la ricerca biomedica.
Per il genetista Edoardo Boncinelli, dell'università Via e Salute - San Raffaele di Milano, è stata premiata una scoperta resa possibile dalla ricerca di base e che solo adesso, dopo quasi 30 anni, sta portando ad applicazioni importanti nella ricerca sui tumori. Elizabeth H. Blackburn e Carlo W. Greider sono una l'insegnante dell'altra: "può esserci una genealogia di Nobel, ma soltanto se si può lavorare con serneità e con i finanziamenti necessari", sottolinea il genetista facendo riferimento alla vicenda della crisi finanziaria dell'EBRI, l'istituto di ricerca creato e voluto dal premio Nobel Montalcini.Anche Dallapiccola commenta che "è una scoperta chiave per comprendere il meccanismo di invecchiamento delle cellule perchè questi telomeri proteggono i cromosomi come dei cappucci, che invecchiando si accorciano e si perdono lasciando le cellule nude e più fragili. Un meccanismo fondamentale, tanto che nelle cellule tumorali, che rimangono sempre giovani, l'attività telomerasica è sempre al massimo, mentre nelle cellule normali con gli anni si indebolisce fino a sparire", "conoscendo sempre meglio la telomerasi si potrà forse in futuro influenzare il processo di invecchiamento delle cellule tumorali".
Il direttore scientifico della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia: "E' stata premiata la curiosità, la ricerca di base che consente, senza risultati immediati ma nel tempo, di avvicinare e capire ad esempio il cancro e la crescita tumorale, l'espressione dei geni, i fattori di crescita, nonchè di compiere passi importanti nel campo della biotecnologia".
"Una scelta che dever far rifletter anche la politica perchè premia una ricerca che non dà risultati immediati, tant'è che questi studiosi hanno intrapreso questa strada decine e decine di anni fa. Ma di fatto hanno consentito alla scienza di arrivare dove è oggi, perchè Blackburn, Greider e Szosta hanno contribuito a svelare, trainati dalla curiosità, l'alfabeto della genetica. Ecco perchè i decisori politici dovrebbero battere questa strada. Perchè la ricerca, fatta in questo modo, potrebbe trasformarsi in un volano capace di tirare fuori il nostro Paese dal declino."
 

Una base genetica per il tumore al seno

 Sarebbe la mutazione del gene BRCA1 ad indurre l'incontrollata proliferazione delle Cellule Progenitrici Luminali, responsabili dell'insorgere del tumore
(Redazione MolecularLab.it (07/10/2009)
 
Sulla rivista "Nature Medicine" compare un articolo riguardante la ricerca condotta dall'equipe di ricercatori australiani guidata dai prof. Jane Visvader e Geoff Lindeman, dell'Istituto Walter and Eliza Hall di Melbourne, inerente il tumore al seno.
Gli scienziati hanno infatti individuato un legame fra una delle forme più aggressive di cancro al seno e una specifica mutazione di un gene, e tale scoperta aprirà la strada a test e trattamenti più mirati ed efficaci, chiarendo ulteriormente i meccanismi implicati nello sviluppo tumorale.
Le donne portatrici di una mutazione del gene soppressivo dei tumori BRCA1 hanno una probabilità del 65% nella vita di contrarre cancro al seno, ma finora si riteneva che il rischio fosse associato a cellule staminali specifiche del seno. La nuova ricerca evidenzia invece come il problema sia correlato non alle staminali ma alle loro cellule "figlie", dette cellule progenitrici luminali.Il Prof. Lindeman spiega "Di solito tali cellule si moltiplicano rapidamente in presenza di certi fattori di crescita, ma nelle donne con BRCA1 non necessitano di fattori di crescita per proliferare, si comportano in modo deviato sin dall'inizio"

[Aberrant luminal progenitors as the candidate target population for basal tumor development in BRCA1 mutation carriers
Elgene Lim, François Vaillant, Di Wu, Natasha C Forrest, Bhupinder Pal, Adam H Hart, Marie-Liesse Asselin-Labat, David E Gyorki, Teresa Ward, Audrey Partanen, Frank Feleppa, Lily I Huschtscha, Heather J Thorne, kConFab, Stephen B Fox, Max Yan, Juliet D French, Melissa A Brown, Gordon K Smyth, Jane E Visvader & Geoffrey J Lindeman
Nature Medicine, pubblicato online il 2 Agosto 2009]
 

Test del sangue per aggressività dei tumori

Analizzando numero e tipo delle cellule tumorali cicolanti nel sangue dei pazienti oncologici, è possibile determinare l'aggressività del tumore, su base scientifica oltre che statistica
(Redazione MolecularLab.it, 05/10/2009)
  
Basandosi sul numero di cellule "malate" presenti nel sangue si può conoscere l'aggressività di un tumore, ad esempio nel cancro al seno se le cellule tumorali circolanti nel sangue sono da zero a 4 non è aggressivo, se sono 5 lo è.
Per la prima volta l'aggressività di un tumore è misurabile scientificamente, oltre che statisticamente ed in futuro si potranno individuare le cellule staminali del tumore, particolari perchè sono insensibili alle cure e capaci, se presenti, di innescare recidive.
I dati sulle cellule tumorali circolanti nel sangue sono uno dei fiori all'occhiello dell'Istituto europeo di oncologia di Veronesi e nello Ieo day 2009 di lunedì 8 giugno ne ha parlato Maria Teresa Sandri, direttore della Medicinadi laboratorio, annunciando che il lavoro sarà rivolto anche all'individuazione di specifici recettori sulle cellule tumorali circolanti allo scopo di introdurre cure mirate e personalizzate.Una nuova macchina, grazie ad appositi reagenti, seleziona le cellule tumorali da un campione di sangue, e queste vengono poi esaminate al microscopio a fluorescenza per valutare se siano sono tumorali, il numero e la vitalità, poichè le cellule morte non rientrano nel conteggio.
La strumentazione utilizzata non è una nuova invenzione, ma solo l'anno scorso è stata approvata dall'agenzia americana del farmaco (Fda) ed è entrata in funzione nella routine di laboratorio, mentre in italia è presente in diverse strutture ma ancora non operativa nella routine.Maria Teresa Sandri spiega "La rilevazione della presenza delle cellule tumorali circolanti nel sangue permette una valutazione della prognosi del tumore e offre una fotografia dello stato della malattia, permettendo all'oncologo una gestione terapeutica più mirata ed efficace, evitando i trattamenti inutili. Da noi questa tecnica è utilizzata da circa quattro anni nell'ambito di diversi protocolli di ricerca clinica" e continua "In Istituto abbiamo analizzato circa 300 pazienti con tumore al seno, 50 pazienti con tumore alla prostata e 20 con tumori al colon. I risultati confermano che la presenza e la persistenza di cellule tumorali circolanti in prelievi di sangue eseguiti nel tempo sullo stesso paziente indicano una malattia più aggressiva e più resistente ai farmaci. In America è appena iniziato uno studio in pazienti affette da tumore della mammella metastatico, nelle quali la terapia può venire precocemente variata sulla base della persistenza di cellule tumorali circolanti"
Allo Ieo day 2009 sono intervenuti anche il viceministro Ferruccio Fazio, il governatore Roberto Formigoni, l'Assessore regionale alla sanità Luigi Bersani e l'Assessore alla salute del Comune Landi di Chiavenna. Oltre al presidente dello Ieo Carlo Buora e all'amministratore delegato Carlo Ciani. Umberto Veronesi ha festeggiato allo Ieo i 15 anni di attività dell'istituto di oncologia, raccontando le scoperte fatte e le prospettive future. Infine è stata annunciata la nascita della "Scuola di chirurgia robotica", diretta da Bernardo Rocco.
 

Curare senza burocrazia, per una sanità al servizio dei cittadini

(Salute Europa, 08/10/2009)
 
Come cambiare l’organizzazione burocratica della sanità mettendola realmente al servizio dei cittadini. È questo il cuore dell’incontro “Rivoluzione in corso. Rivoluzioni in corsia?” promosso dalla Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica, che vedrà protagonista, mercoledì 14 ottobre, alle ore 18, presso il Policlinico “Agostino Gemelli” di Roma (Aula Brasca) il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, On. Renato Brunetta, intervistato dalla giornalista di RaiNews24, Mariella Zezza, insieme al prof. Carlo dell’Aringa, ordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia e Commercio dell'Università Cattolica di Milano. Si tratta del primo di un ciclo di incontri - intitolati “Nel cuore della realtà”. Conversazioni in Cattolica - ideati dalla Facoltà di Medicina e chirurgia della Cattolica, con l’intento di promuovere occasioni di confronto e dibattito, che offrono la possibilità di cogliere le trasformazioni più profonde della società in cui viviamo. I lavori saranno aperti dai saluti del Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, prof. Lorenzo Ornaghi, e del Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli”, prof. Paolo Magistrellli. Introduce le interviste il prof. Rocco Bellantone, ordinario di Chirurgia generale alla Cattolica di Roma.
 

Tumori: combattere la depressione aumenta la sopravvivenza? 

Il legame fra «cattivo umore» e mortalità resta da dimostrare, ma i medici sono sicuri che uno «spirito combattivo» migliora la qualità di vita dei malati
( Sportello Cancro, Vera Martinella, 08 ottobre 2009) 
 
IL RUOLO NEGATIVO DEGLI ORMONI DELLO STRESS – Una ricerca condotta su animali suggerisce poi che lo stress può avere un effetto sulla crescita del tumore e la diffusione del cancro in altre parti dell’organismo. È possibile, sostengono gli scienziati britannici, che la depressione abbia un impatto sugli ormoni e sul sistema immunitario. «Per semplificare chiamiamoli ormoni dello stress – dice Marco Bellani, docente di Psicologia clinica Università dell’Insubria e vicepresidente della Società italiana di psiconcologia (Sipo) -. In realtà si tratta di complessi meccanismi chimici a livello molecolare che, come è già stato provato scientificamente da alcuni studi, da un lato sono responsabili di un calo d’umore e dall’altro favoriscono la proliferazione delle cellule cancerose».
UN CIRCOLO VIZIOSO - Ma è anche probabile che le persone depresse tendano ad adottare comportamenti che potrebbero influire negativamente sulla durata della loro vita. Che siano, ad esempio, meno propense a seguire fedelmente le terapie. Oppure che l’abbassamento d’umore si sommi a pianto, disturbi del sonno, mancanza d’appetito, apatia, senso persistente di tristezza, instaurando un «circolo vizioso» che debilita ulteriormente l’organismo e la psiche dei pazienti oncologici, già messi a dura prova dal tumore e dai trattamenti anticancro.
LO SPIRITO COMBATTIVO AIUTA A VIVERE MEGLIO – Insomma, se il legame fra sopravvivenza alla malattia e stato d’animo non è del tutto certo, i medici sono sicuri che uno spirito combattivo migliora la qualità di vita dei malati, che affrontano le terapie e i controlli con più energia e meno ansia. «Una reazione di shock e forte tristezza è comprensibile quando si riceve una diagnosi di cancro – spiega Bellani -. Non bisogna però dare per scontato che sia normale soffrire di depressione per mesi. Purtroppo, però, proprio gli oncologi sono i primi a sottovalutare l’impatto di questo disturbo, che interessa almeno il 30 per cento dei pazienti con un tumore». Un dato che potrebbe essere sottostimato, perché sono ancora numerosissimi i casi in cui non si chiede l’aiuto di uno specialista psicologo o psiconcologo. «Eppure – conclude Bellani - la soluzione è semplice: basterebbe che nei controlli di routine venisse aggiunta la compilazione di una scheda per valutare la salute psicologica del malato. E, quando serve, sostenerlo con sedute di psicoterapia o con i molti farmaci a disposizione».    
 

Tumore seno: scoperto gene responsabile della metà dei casi

(Notiziario AIOM, 6 ottobre 2009)
 
Identificato un nuovo gene che sembra essere implicato in metà di tutti i casi di cancro al seno. Questo gene, chiamato 'NRG1', ha il compito di impedire che le cellule tumorali si sviluppino, ma i suoi malfunzionamenti possono portare all'insorgenza del cancro. "Questa scoperta è un enorme passo avanti nella ricerca contro il cancro, uno dei risultati più importanti degli ultimi 20 anni", ha detto Paul Edwards della University of Cambridge (Inghilterra), autore dello studio pubblicato sulla rivista Oncogene. "NRG1 è un gene responsabile del funzionamento della morte cellulare programmata", ha spiegato Edwards. "Quando il Dna delle cellule viene danneggiato - ha continuato - 'NRG1' impedisce la loro replicazione ordinando loro di 'suicidarsi'. In questo modo la crescita incontrollata di cellule maligne viene bloccata". Ma se il gene non funziona, dicono i ricercatori, le cellule danneggiate sono libere di moltiplicarsi, portando alla formazione di un tumore. Nei campioni di cancro analizzati da Edwards e colleghi, infatti, delle grosse parti del cromosoma 8, dove il gene 'NRG1' si trova, sono danneggiate o mancanti, e almeno parte della sequenza di NRG1 è mancante. "Questo gene è il più importante soppressore del cancro scoperto negli ultimi 20 anni", ha detto Edwards. "E' implicato in metà dei casi di cancro al seno - ha proseguito - e, secondo i nostri risultati, potrebbe esserlo anche in metà dei casi di cancro agli intestini e alla prostata, e in un quarto di quelli alla vescica e alle ovaie". Per Arlene Wilkie della Breast Cancer Campaign che ha finanziato lo studio, la scoperta è "un enorme passo avanti nella comprensione della genetica del cancro".
 
 

Farmacie: i nuovi servizi erogati dal Sistema sanitario nazionale

(Notizie dal Governo, anno X n°36 del 6 ottyobre 2009) 
 
Presentazione
Il Consiglio dei ministri del 2 ottobre ha approvato il decreto legislativo che individua nuovi servizi a forte valenza socio-sanitaria che possono essere erogati dalla farmacie pubbliche e private nell'ambito del Servizio sanitario nazionale.Il decreto attua la delega prevista dall’articolo 11 della legge n.69 del 2009.In attuazione della delega, il decreto individua tra i servizi: la partecipazione delle farmacie all’assistenza domiciliare; la collaborazione ai programmi di educazione sanitaria della popolazione, la realizzazione o la partecipazione a campagne di prevenzione di patologie a forte impatto sociale, anche effettuando analisi di laboratorio; la prenotazione in farmacia di visite ed esami specialistici presso le strutture pubbliche e private convenzionate, compreso il pagamento dei relativi oneri ed il ritiro dei referti. Inoltre il decreto legislativo prevede la consegna nelle farmacie rurali dei medicinali; la preparazione e la consegna delle miscele per la nutrizione artificiale e dei medicinali antidolorifici; la dispensazione per conto delle strutture sanitarie dei farmaci a distribuzione diretta; la messa a disposizione di infermieri e fisioterapisti per prestazioni a domicilio; l'erogazione di servizi sanitari di secondo livello, anche avvalendosi di personale infermieristico e prevedendo che la farmacia sia fornita di defibrillatore.
 
 

Dai nuovi laboratori dell’IRE scoperti geni coinvolti nell’angiogenesi tumorale

(Salute Europa, 05/10/2009)
 
E’ stato identificato presso i nuovi Laboratori dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma (IRE) un gruppo di geni ed il loro meccanismo molecolare che consente di rendere i tumori più invasivi, grazie alla capacità di favorire la produzione di vasi sanguigni e di conseguenza la progressione e diffusione del tumore (metastasi). Tre i geni principali coinvolti nel meccanismo descritto nell’articolo: p53, E2F1, ID4, mentre sono 186 i casi di tumore al seno osservati a conferma dei risultati.
 Il lavoro è stato svolto da un gruppo multidisciplinare dell’IRE, che comprende l’Anatomia Patologica, l’equipe di Giovanni Blandino, Direttore del laboratorio di Oncogenomica Traslazionale e alcune giovani ricercatrici contrattiste dell’Istituto Regina Elena tra le quali Giulia Fontemaggi, Stefania dell’Orso e Daniela Trisciuoglio. Lo studio è stato finanziato dall’AIRC e dalla Comunità europea.
 “L’IRE da circa un anno – spiega la Prof. ssa Paola Muti, Direttore Scientifico dell’IRE - ha attivato i nuovi laboratori dell’Area di Medicina Molecolare per sviluppare e potenziare la ricerca traslazionale in campo oncologico. L’area, che allo stato attuale copre circa 2000 mq, comprende i laboratori di oncogenomica traslazionale, proteomica, epigenetica, farmacogenetica, farmacogenomica, e chemio prevenzione molecolare. Le nuove attrezzature di altissima tecnologia e l’ampliamento del gruppo di lavoro con giovani risorse, ci consente di svolgere molti progetti di ricerca rivolti alla identificazione di marker di espressione genica in grado di identificare metodologie innovative per la diagnosi precoce dei tumori, la terapia “individualizzata” per paziente e per caratterizzazione biologica molecolare, e la prevenzione oncologica individualizzata.”
Il tumore, sin dalle prime fasi della propria crescita, induce la formazione di nuove strutture vascolari a partire da quelle preesistenti nell'organismo. In questo modo le cellule tumorali riescono ad ottenere il sangue necessario alla loro sopravvivenza, riproduzione, invasione e diffusione (metastasi).
 Sappiamo che i tumori con mutazioni del gene p53, in media il 50%, sono più aggressivi e più resistenti alle terapie e che il gene P53 mutato ha un alta frequenza in alcuni sottotipi di tumore al seno. Lo studio pubblicato su “Nature Structure Molecular Biology” dimostra che nelle cellule tumorali dei 186 casi osservati la proteina mutata p53 ed E2F1 cooperano portando alla iper-produzione di un’altra proteina, la ID4; quest’ultima è in grado di legare e stabilizzare gli RNA necessari per la formazione di fattori pro-angiogenici (IL8 e GRO-alpha), aumentando in questo modo la capacità delle cellule tumorali di richiamare vasi sanguigni.
 “La scoperta è stata possibile – spiega il Dott. Giovanni Blandino - anche grazie all’applicazione della tecnologia dei “microarray”, impiegata nell'analisi dei profili d’espressione genica, vale a dire nella valutazione di quali geni sono "accesi" e quali "spenti" in una determinata situazione. Questo sistema, disponibile nel nostro laboratorio di Oncogenomica Traslazionale, appartiene alla categoria delle così dette tecnologie ad “ampio spettro” e permette di studiare l'espressione di decine di migliaia di geni contemporaneamente e in tempi molto rapidi.”
Ed è proprio utilizzando questo tipo di tecnologie che i ricercatori del Regina Elena intendono proseguire sulla stessa linea di ricerca. L’obiettivo è, infatti, quello di identificare altri RNA controllati da ID4 ( già ne sono stati messi in evidenza 28) in modo da ampliare il più possibile la conoscenza dei meccanismi responsabili dell’angiogenesi tumorale nella mammella.
Il contributo del lavoro pubblicato è di particolare rilievo poiché la caratterizzazione dei meccanismi alla base dell’angiogenesi tumorale è fondamentale per l’identificazione di molecole da utilizzare come nuovi bersagli terapeutici; le molecole identificate possono, ora, sia essere testate con agenti antitumorali già esistenti sia essere utilizzate per lo sviluppo di nuovi specifici farmaci.
 La maggior parte dei più recenti e innovativi studi clinici in campo oncologico si basa proprio sull’impiego di farmaci anti-angiogenici, che interferiscono con i meccanismi di formazione del sistema vascolare del tumore, privandolo dell'ossigeno e del nutrimento portati dal sangue. Questi farmaci sono utilizzati in combinazione con agenti chemioterapici capaci di uccidere o di inibire la crescita delle cellule tumorali. In questo modo si esercita una doppia azione: la prima diretta all’eliminazione della principale fonte di sostentamento e di diffusione del tumore (la rete vascolare), la seconda volta all’inibizione della proliferazione del tumore stesso.
 “E’importante capire – sottolinea Blandino - perché una cellula diventa tumorale e si mantiene tale. Con questo studio abbiamo dimostrato che questo meccanismo è già presente nella cellula, non si attiva in risposta ad una terapia. Inoltre sono varie le tipologie di mutazione che sono in grado di dare questo effetto. Ci troviamo quindi di fronte a un meccanismo generale, non legato alla singola mutazione e al singolo paziente, ma osservabile in tanti tumori e su un numero esteso di pazienti. Dettagliando i vari meccanismi potremo prevenire “i movimenti” delle cellule tumorali e bloccare il comportamento della cellula prima della sua organizzazione e diffusione metastatica.”
 “I risultati di questo importante studio - dichiara il Prof Francesco Bevere, Direttore Generale dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e dell’Istituto Dermatologico San Gallicano - confermano l’elevato livello di competitività che i nostri ricercatori hanno raggiunto, anche grazie ai notevoli investimenti realizzati per rendere operativi i nuovi laboratori di ricerca presso gli Istituti Regina Elena e San Gallicano. Questa competitività è il frutto dell’elevato livello di traslazionalità che riusciamo ad esprimere, proprio grazie all’intensa collaborazione tra ricerca clinica e ricerca sperimentale. Entro il prossimo anno investiremo ulteriori risorse per continuare a crescere e per puntare sempre più in alto. Le Istituzioni devono sostenerci per trattenere i nostri ricercatori, capitale umano ed intellettuale prezioso ed insostituibile, ed ingrediente essenziale per rendere la ricerca competitiva anche a livello internazionale.”
 
 

Cancro: per chi è solo è ancor più pericoloso

(24 ore salute, oncologia, Nadia Comerci, 01-10-2009)

 La solitudine accresce le sofferenze di chi è affetto da tumore, determinando un maggiore sviluppo della malattia. È quanto emerge dallo studio pubblicato su Cancer Prevention Research dai ricercatori dell`Università di Chicago secondo cui l`isolamento sociale causa un aumento della crescita del tumore.
La ricerca è stata condotta su alcuni topi geneticamente predisposti allo sviluppo del tumore al seno, che sono stati lasciati in gruppo oppure isolati per un determinato periodo di tempo. Al termine dell`esperimento, è emerso che i topi cresciuti in solitudine avevano sviluppato dei carcinomi mammari di dimensioni maggiori. Secondo gli esperti, l`isolamento sociale sarebbe associato all`alterazione genetica dei percorsi metabolici della cellula, responsabile della crescita più elevata del tumore.
"La ricerca - spiega Suzanne D. Conzen, docente dell`Università di Chicago - dimostra che l`ambiente sociale, e il modo in cui le persone si rapportano ad esso, non influirebbe soltanto sulla loro psiche, ma potrebbe anche modificare il livello di espressione genica di diversi tessuti".
"I risultati ottenuti - continua la specialista - potrebbero aiutarci a spiegare anche come  l`ambiente sociale influisca sui pazienti affetti da altre patologie croniche come il diabete mellito di tipo 2, ipertensione e l`obesità".