NEWS AGOSTO 2009
- Staminali: da cellule ‘figlie’ grave forma tumore seno
- Tumore del seno avanzato: sorafenib migliora la sopravvivenza libera da progressione
- Tumori, verso la chemioterapia di mantenimento?
- Un intenso esercizio fisico dimezza il rischio di cancro
- Cattolica di Campobasso: Centro biomedico Giovanni Paolo primo in Italia a utilizzare VMAT, innovativa metodica nella radioterapia dei tumori
Staminali: da cellule ‘figlie’ grave forma tumore seno
(Aiom, 03/08/2009)
Londra, 3 agosto - Le cellule "figlie" delle staminali potrebbero causare il cancro al seno. Lo hanno scoperto scienziati del Walter and Eliza Hall Institute (Canada), che hanno identificato un tipo di cellule del seno chiamate progenitori del lumen, responsabile dello sviluppo del cancro al seno nelle donne che hanno una particolare mutazione genetica. Questa mutazione, quella del gene BRCA1, e' presente nel 10-20 per cento delle donne che hanno cancro al seno ereditario. "Il tipo di cancro che si sviluppa con questa mutazione e' di tipo basale e particolarmente aggressivo" hanno spiegato Jane Visvader e Geoff Lindeman, i ricercatori a capo dello studio pubblicato sulla rivista Nature Medicine. "Abbiamo scoperto che le cellule progenitori del lumen, 'figlie' delle cellule staminali del seno, sono la fonte più probabile di questo tipo di tumore". Ricerche precedenti avevano associato le staminali del seno ai tumori di tipo BRCA1: tuttavia, Visvader e Lindeman hanno ristretto il campo proprio sulle progenitori del lumen. "Se queste cellule vanno incontro a malfunzionamento, la loro crescita diventa irregolare e si giunge infine al cancro al seno" hanno spiegato i ricercatori. "Il nostro prossimo obiettivo e' sviluppare dei marcatori che permettano grazie a delle biopsie al seno se le cellule progenitori del lumen hanno qualche malfunzionamento. Abbiamo già in mente quali biomarcatori usare, ed un giorno potranno essere usati per diagnosi e trattamento" hanno concluso.
Tumore del seno avanzato: sorafenib migliora la sopravvivenza libera da progressione
(Aiom, 27 luglio 2009)
Milano, 27 luglio 2009 - Sorafenib, molecola antitumorale orale, ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza libera da progressione della malattia in pazienti colpite da tumore al seno. I risultati, statisticamente significativi, emergono da uno studio di Fase II (randomizzato, in doppio-cieco, controllato verso placebo) che ha valutato il trattamento orale a base di sorafenib in combinazione con capecitabina in 229 pazienti con carcinoma mammario localmente avanzato o metastatico HER-2 negativo. La sicurezza e la tollerabilità hanno rispettato le attese e non sono comparse nuove tossicità. "Questo risultato rappresenta un segnale positivo del potenziale vantaggio offerto dalla combinazione alle pazienti con carcinoma mammario avanzato e costituisce la prima dimostrazione basata su riscontri statisticamente significativi dell'efficacia di un inibitore tirosin-chinasico nel trattamento di questa malattia", ha detto Jose Baselga, coordinatore dello studio e chairman e professor of medicine all'Istituto Oncologico Vall d'Hebron di Barcellona. "Uno degli obiettivi del trial era quello di valutare il successo di un regime 'tutto orale', che può rappresentare un'opzione terapeutica unica per le pazienti con carcinoma mammario." Il carcinoma mammario è stato nel 2007-2008 nel mondo il tumore più frequentemente diagnosticato nelle donne (circa 1,3 milioni di casi) e la causa maggiore di morte tra le donne con tumori (circa 465000 decessi). In Europa si registrano circa 350.000 nuovi casi ogni anno, in Italia 38.000. Sorafenib è sviluppato e commercializzato da Bayer HealthCare Pharmaceuticals e Onyx Pharmaceuticals, Inc. "Sulla base di questi dati incoraggianti, Onyx e Bayer stanno valutando diverse strategie per l'impiego di sorafenib nel carcinoma mammario. Sorafenib ha già prodotto benefici in tutto il mondo nei pazienti con carcinoma epatico e carcinoma renale," ha detto Todd Yancey, M.D., vice presidente della sviluppo clinico di Onyx. "Nonostante i progressi terapeutici ottenuti, il carcinoma mammario continua ad essere la causa principale di morte nelle donne. Auspichiamo di posizionare sorafenib come importante opzione terapeutica per le pazienti affette da questa malattia devastante."
Tumori, verso la chemioterapia di mantenimento?
Ma una terapia continuata è giustificata solo in casi specifici
Cronicizzare la malattia è un obiettivo sempre più vicino grazie ai nuovi farmaci, meno tossici e meglio tollerati dai pazienti anche sul lungo periodo.
(Sportello Cancro, Vera Martinella (Fondazione Veronesi), 27 luglio 2009)
MILANO - Usare la chemioterapia in modo continuativo, trattando i tumori come malattie croniche da tenere sotto controllo a vita: è questo uno degli obiettivi principali nella lotta al cancro. Il dibattito sui pro e i contro di una cura farmacologia prolungata a oltranza ha tenuto banco anche durante l’ultimo meeting annuale dell’American society of clinical oncology (tenutosi a maggio negli Stati Uniti), a cui hanno partecipato oltre 30mila oncologi e specialisti provenienti da tutto il mondo. Ora un articolo del New York Times rilancia l’argomento: «Ovviamente - ha dichiarato al quotidiano Usa Lawrence Einhorn, professore di medicina alla Indiana University - dietro al nuovo trend c’è anche la pressione delle case farmaceutiche affinché i loro prodotti vengano usati il prima e il più a lungo possibile». C’è, in effetti, un concetto-chiave da tenere presente: «Il farmaco giusto al paziente giusto», spiega Giorgio Cruciani, primario do Oncologia a Ravenna e past president del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo). Solo così si risparmiano, oltre ai costi, trattamenti inutilmente tossici per malati che, invece, potrebbero beneficiare di altro.
PER BLOCCARE LA CRESCITA DELLE METASTASI - Utilizzata finora principalmente nelle fasi acute, ovvero come «terapia d’urto» per bloccare la diffusione dei tumori e poi sospesa una volta ottenuto questo risultato, la chemioterapia – come suggerisce una serie di studi effettuati negli ultimi anni - porterebbe benefici aggiuntivi se somministrata anche come cura di mantenimento per le neoplasie in fase metastatica. Per prevenire le recidive della malattia prima che si manifestino e prolungare (anche per anni) la sopravvivenza dei pazienti. «Ma è necessario fare una premessa fondamentale – ribadisce Marco Venturini, direttore dell’Oncologia all’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negar (Verona) e segretario nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) -: la chemio di mantenimento si è dimostrata valida solo in casi specifici. Ovvero su determinati pazienti, con determinate tipologie di tumori. Altrimenti è troppo dispendiosa, sia per i pazienti che devono tollerare gli effetti collaterali dei farmaci, sia per il Servizio sanitario nazionale che paga cure costosissime inutilmente».
POSSIBILE GRAZIE AI NUOVI FARMACI – Per molti anni le ricerche sulla chemio cronica non hanno portato a risultati interessanti. I trattamenti «a oltranza», infatti, risultavano non vantaggiosi per i pazienti dal punto di vista dei costi (in materia di tossicità dei medicinali) in confronto ai benefici che se ne potevano ricavare. Negli ultimi anni, invece, si sono aperte altre possibilità perchè i farmaci di nuova generazione (quelli a bersaglio molecolare, o farmaci target) sono meno dannosi e meglio tollerati dai malati. Inoltre cresce il numero dei preparati che possono essere presi per bocca, senza recarsi in ospedale per la chemio endovena: un fatto di non poca importanza se si tratta di seguire una terapia per molti anni.
SEGNALI POSITIVI PER I TUMORI DEL SANGUE - «I dati sono particolarmente interessanti per alcune malattie onco-ematologiche e con farmaci biologici – commenta Giorgio Cruciani, primario di Oncologia a Ravenna e past president del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri -. Ad esempio, al meeting Asco 2009 di Orlando, sono stati commentati i risultati a lungo termine di uno studio già pubblicato nel 2004 che dimostra come il mantenimento con rituximab è in grado di estendere la remissione nel linfoma follicolare. Infatti, fra i pazienti che rispondevano alla terapia, il gruppo sottoposto a sola osservazione ha avuto una remissione di 12 mesi, contro i circa 36 mesi dei malati trattati con rituximab a oltranza: dopo otto anni, il 35 per cento dei pazienti sottoposti a extended-rituximab era ancora in remissione. E – prosegue l’esperto - anche nel mieloma multiplo una terapia prolungata con inibitori del proteasoma sembra prolungare significativamente il tempo di progressione della malattia».
COLON E MAMMELLA – Esistono poi gruppi di pazienti con carcinoma mammario o colonrettale metastatico nei quali sono stati dimostrati dei benefici. «Trastuzumab e lapatinib, ad esempio, sono efficaci nel ritardare la progressione della malattia nelle donne con un tumore del seno Her2 positivo, che sono circa il 15 per cento sul totale delle neoplasie mammarie», aggiunge Venturini. Le due molecole, ad oggi, vengono somministrate a questo gruppo di pazienti prima in associazione alla chemioterapia standard, e poi continuate da sole, finché non si verifica una ripresa della malattia. A quel punto s’interrompe la cura con una e s’inizia con l’altra. «Per quel che riguarda il colon – continua Venturini - sappiamo che può essere utile, sempre per rallentare l’evoluzione di una neoplasia metastatica, una terapia di mantenimento con cetuximab in quei pazienti che hanno il gene Kras non mutato (circa il 50-60 per cento del totale, ndr). E buoni segnali arrivano anche dal bevacizumab, per il quale però ancora non sappiamo su quale categoria di malati è utile».
Un intenso esercizio fisico dimezza il rischio di cancro
Mezz'ora al giorno
Lo hanno provato numerosi studi. Ora lo sostiene anche una ricerca sul British Journal of Sports Medicine
(Sportello Cancro, V.M., 28 luglio 2009)
MILANO - Il fatto che una regolare attività sportiva aiuti il benessere fisico generale è cosa nota. Oggi, però, arriva una nuova conferma del fatto che lo sport riduce significativamente le possibilità di ammalarsi di cancro. Ad affermarlo è uno studio finlandese pubblicato sul British Journal of Sports Medicine, secondo il quale il rischio di sviluppare tumori diminuisce sensibilmente - fino in alcuni casi a dimezzare – se si fanno 30 minuti di intenso esercizio quotidiano, grazie al consumo di ossigeno che questo comporta.
SIAMO UN PAESE DI PIGRI – Una notizia che dovrebbe contribuire a invogliare anche gli italiani più pigri. Stando alle statistiche più recenti , infatti, sono più di 17 milioni gli sportivi in Italia, ma solo 3,5 milioni sono coloro che fanno agonismo e i tesserati di qualche federazione. Ben il 41 per cento dei connazionali, invece, non muove un dito. Sebbene sia ormai stato provato da diversi studi che l’attività fisica aiuta a prevenire molte malattie, quali diabete e obesità, cardiopatie e tumori: nella prevenzione del cancro del seno e del retto, ad esempio, il 30 per cento è dovuto alla buona attività fisica. E cifre alla mano, uno studio statunitense (pubblicato nel 2008 sul Journal of the National Cancer Institute) su 65 mila donne tra i 24 e i 42 anni aveva dimostrato che praticare sport fin dall’età dello sviluppo riduce del 23 per cento il rischio di un tumore mammario in pre-menopausa.
LO STUDIO – Ora i ricercatori hanno seguito per circa 17 anni 2.560 uomini della Finlandia dell’est, di età compresa tra i 42 e i 61 anni, senza precedenti di cancro in famiglia. Misurando l’attività fisica in Met (ovvero l’equivalente metabolico del consumo di ossigeno) sembra che, in assenza di fattori influenzanti - come consumo il eccessivo di alcol e fumo o soprappeso -, coloro che arrivano a una media di 5.2 Met per circa 30 minuti al giorno dimezzano il rischio di cancro rispetto a chi fa meno attività sportiva. Secondo la ricerca, camminare per mezz’ora corrisponde a 4,2 Met, fare jogging equivale a 10,1, il giardinaggio fa consumare 4,3 Met e andare in bicicletta al lavoro 5,1.
PREVENZIONE ANTICANCRO - Circa i due terzi delle neoplasie sono direttamente o indirettamente correlati con il tabacco e un regime alimentare non corretto. Teoricamente l’abolizione del fumo, una dieta più appropriata, una vita più sana in un ambiente meno inquinato possono drasticamente ridurre l’incidenza del cancro. Inoltre, numerosi esperti in oncologia ricordano che sarebbe buona regola fare almeno mezz’ora al giorno di esercizio, alternando lo sport alla semplice attività motoria (come passeggiare o salire le scale). Tutto questo con l’obiettivo di mantenere un peso corporeo desiderabile: molti studi, infatti, hanno provato come un’eccessiva introduzione calorica e l’obesità siano in relazione con un’aumentata mortalità per alcune neoplasie, tra le quali i tumori del colon, della mammella, dell’utero e della prostata.
Cattolica di Campobasso: Centro biomedico Giovanni Paolo primo in Italia a utilizzare VMAT, innovativa metodica nella radioterapia dei tumori
(Salute Europa, 30/07/2009)
L’Università Cattolica di Campobasso (dai dati finora conosciuti) è il primo centro in Italia a praticare la VMAT, ovvero Volumetric-Modulated Arc Therapy, una metodica per il trattamento radioterapico particolarmente innovativa che permette di trattare con estrema precisione i pazienti affetti da cancro. L’equipe condotta dal dottor Alessio Morganti, direttore dell’U.O.C di Radioterapia e dal professor Angelo Piermattei, Direttore dell’U.O.C di Fisica Sanitaria, ha già sottoposto al trattamento tre pazienti con buoni risultati, presto verranno estesi a molti altri i considerevoli vantaggi di questo tipo di trattamento.
VMAT è stata sinora impiegata solo da pochi centri stranieri: (Seattle, Tokyo, Vienna) e rappresenta una importante novità per il trattamento dei tumori. I vantaggi per il paziente del nuovo trattamento sono molti.
Le tecniche radioterapiche tradizionali, compresa la Radioterapia ad intensità modulata prevedono che l’apparecchio “colpisca” il tumore usando un certo numero di traiettorie, in genere da una a 5-7. Possiamo paragonare questa situazione ad un bersaglio (il tumore), colpito da un piccolo numero di cecchini. Con VMAT, invece, la continua rotazione dell’apparecchio durante l’irradiazione produce una situazione simile a quella in cui 180 cecchini colpiscono il bersaglio nello spazio di poche decine di secondi. A questo si unisce il fatto che i cecchini in posizione migliore (che colpiscono solo il tumore) sparano proiettili più potenti, mentre quelli in posizione sfavorevole (che colpiscono anche gli organi sani) usano proiettili meno potenti.
L’esecuzione di VMAT richiede quindi un complesso sfruttamento di tutte le possibilità offerte dagli apparecchi di trattamento (acceleratori lineari). Laddove i trattamenti tradizionali avvengono in condizioni statiche, VMAT richiede che la somministrazione di radiazioni avvenga mentre il gantry dell’acceleratore è in movimento, mentre il profilo del fascio di radiazioni cambia in continuazione, e mentre l’intensità delle stesse radiazioni cambia di secondo in secondo.
Si tratta quindi di una tecnica molto sofisticata, che richiede una elaborazione particolarmente complessa del piano di terapia. Evidenti i vantaggi per i pazienti, colpendo con maggiore precisione il tumore, si riesce a “distruggerlo” con più facilità, preservando gli organi sani, quindi le probabilità di successo della terapia aumentano notevolmente.
Negli ultimi anni, in radioterapia, la novità più rilevante è stata l’ l’introduzione della radioterapia ad intensità modulata (IMRT). Questa tecnica ha permesso di curare più efficacemente, e con minori effetti collaterali, una serie di tumori. Alla Cattolica di Campobasso viene utilizzata di routine nel trattamento dei tumori del cervello, della prostata, della mammella, della pleura, e dopo l’intervento in alcuni tumori dell’utero.
Il principale svantaggio della radioterapia ad intensità modulata è però legato alla durata del trattamento, che invece dei tradizionali 10-15 minuti, richiede tempi che vanno dai 20 ai 45 minuti. E’ ovvio quindi che il numero di pazienti che possono giovarsi di questa tecnica è relativamente ridotto, nonostante l’impiego intensivo delle apparecchiature.
L’introduzione di VMAT (Volumetric Modulated Arc Therapy) permette di abbinare i vantaggi clinici della radioterapia ad intensità modulata, con una brevissima durata dei trattamenti (5-10 minuti). Questo, oltre ad alleviare il disagio per i pazienti, dovuto alla necessità di mantenere una posizione immobile per un tempo prolungato, aumenta la precisione del trattamento con maggiori probabilità di successo, consentendo anche di poter trattare un numero maggiore di pazienti ogni giorno. Quindi migliora la terapia, diminuendo i tempi!
Le apparecchiature per impiegare questa tecnica sono state recentemente implementate ed il personale delle U.O. di Radioterapia e Fisica Sanitaria è al lavoro per esplorare tutte le possibilità che VMAT consentirà di realizzare.
Il Centro Biomedico dell’Università Cattolica di Campobasso, diretto dal professor Savino R.Cannone, è un presidio di eccellenza per la cura delle malattie tumorali e cardiovascolari, ed è collegato al Policlinico Gemelli e alla facoltà di medicina dell’Università Cattolica del sacro Cuore. Docente ordinario di Radioterapia dell’Università è il professor Numa Cellini.
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