NEWS DEL 30 OTTOBRE 2009
- Comunicato stampa - invalidità civile
- Centri oncologici promossi dalle italiane, ma si chiede maggiore sostegno psicologico
- Così l’alcol promuove le metastasi
- Dalla genomica nuove speranze nella cura dei tumori
- Il gene-scudo delle cellule tumorali
- «Troppi screening, inutili». Cambio di rotta degli esperti Usa
- Menopausa e tumori: più rischi se il seno è «teso»?
- Cure oncologiche, la Lombardia un modello per la Joint Commission
- Nasce un centro per combattere i tumori con matematica e informatica
- Assistenza oncologica, certificato qualità a 7 ospedali Milano
Comunicato stampa FAVO
Roma, 30 ottobre 2009 - Questa mattina, presso il Coordinamento Generale Medico Legale dell’INPS sono state presentate alle Associazioni dei malati le nuove procedure introdotte dall’Istituto, in ottemperanza alla Legge 102/2009, con riferimento alla gestione dell’intero processo di riconoscimento dell'Invalidità Civile.
La FAVO, che da anni collabora con l’INPS, è stata espressamente invitata a partecipare all’incontro anche grazie alla sensibilità del Dott. Mastrapasqua, Presidente dell’INPS, verso i cittadini ammalati di cancro.
L’avv. Elisabetta Iannelli, segretario nazionale FAVO, ha portato il contributo del volontariato oncologico alle innovazioni procedurali e telematiche del sistema di gestione delle invalidità civili.
La nuova organizzazione dell’Invalidità Civile progettata dall’INPS riesce finalmente a risolvere le principali criticità che negli anni hanno comportato gravi disparità di trattamento tra le Regioni nei tempi di risposta al cittadino.
La FAVO, in occasione della giornata nazionale del malato oncologico del maggio 2009, aveva denunciato gravi ritardi nell’accesso ai benefici connessi all’invalidità civile ed all’handicap che si verificano in alcune regioni italiane.
Il Governo, su indicazione dell’INPS, sollecitazione della FAVO, per unificare a livello nazionale la procedura di accertamento delle invalidità civili, ha stabilito che dal 1° gennaio 2010 le domande per l’accertamento dell’invalidità e dell’handicap dovranno essere presentate, per via telematica, direttamente all’INPS che, da parte sua, si è impegnato a concludere l’intera procedura dalla domanda al pagamento della prestazione economica in 120 giorni.
Inoltre, per quanto riguarda in particolare i malati neoplastici, l’INPS ha confermato e rafforzato le apposite linee di indirizzo volte a velocizzare l'accesso alle prestazioni come già previsto dalla legge 80/2006, emanata grazie all’impulso del volontariato oncologico rappresentato dalla FAVO.
La FAVO plaude all’azione di rinnovamento voluta dal Presidente dell’INPS, che viene apprezzata come un segnale della volontà del vertice dell’istituto di dare risposte concrete alle necessità di assistenza dei cittadini.
L’atteso riordino complessivo della materia delle Invalidità Civili appare finalmente improntato a fornire prestazioni in tempi certi ai cittadini che ne hanno diritto, consentendo al tempo stesso anche un netto miglioramento della qualità del servizio e una completa trasparenza dell’iter amministrativo.
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Centri oncologici promossi dalle italiane, ma si chiede maggiore sostegno psicologico
(Salute Europa, 29/10/2009)
Donne soddisfatte in ben il 92% dei casi delle cure cliniche ricevute nei reparti di oncologia medica italiani. Bene anche l’informazione e le capacità relazionali del personale (93,2% di soddisfazione) che dimostrano come siano stati compiuti passi da gigante rispetto a quasi 40 anni fa, quando ammalarsi di tumore era una vergogna e un tabù parlarne. Dati, quindi, estremamente positivi. Ma ancora qualcosa manca per raggiungere la perfezione. Il sostegno psicologico è l’aspetto più deficitario. Nonostante, anche in questo caso, la soddisfazione sia elevata (l’81% delle donne), l’aspettativa ora è talmente alta da rendere necessari interventi strutturati e adeguati.
Di fronte ad una diagnosi di tumore, infatti, le donne confidano in un sostegno, a partire dal proprio medico di famiglia, determinante nel 60% dei casi. Un altro punto importante si evidenzia dallo studio: alla luce di una sanità in linea generale percepita come sempre più frammentata a livello regionale, in questo caso le differenze tendono a ridursi notevolmente: le donne del Nordest sono le più soddisfatte (100%) delle cure e trattamenti ricevuti. Le isolane le meno contente (“solo” l’80% può definirsi soddisfatta tra le donne con esperienza diretta). Ma è sempre il sostegno psicologico a fare da termometro: il Nordest riceve ancora la medaglia d’oro con il 91% di soddisfazione contro il 50% delle isole e il 77% del Sud.
Sono questi i dati dell’indagine presentata oggi al Ministero della Salute, che apre il progetto triennale “Oncologia a Misura di Donna” a cura di O.N.Da (Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna) per valutare le realtà clinico assistenziali nell’oncologia femminile in Italia. Il progetto, patrocinato dall’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e dal GOIM (Gruppo Oncologico Italia Meridionale) è sostenuto da Fondazione Pfizer. I tumori femminili rappresentano, infatti, un importante problema di sanità pubblica ed interessano la comunità medico-scientifica per la ricerca di sempre più efficaci tecniche diagnostiche e terapeutiche, ma anche per la necessità di sostegni per il risvolto emotivo della malattia, che può minare l’identità femminile. Importante in questo frangente la testimonianza della campionessa italiana di tennis Lea Pericoli.
“Le donne – ha spiegato Francesca Merzagora, presidente di O.N.Da – rappresentano l’utenza maggiore dei servizi sanitari e si deve prestare attenzione alle loro esigenze. Ancora di più in un settore come quello oncologico che le mette a dura prova dal punto di vista fisico e psicologico. Si pensi a tumori come quello della mammella, della cervice uterina o delle ovaie. Una donna può sentirsi privata della sua identità femminile e, per questo, lei stessa confida in un sostegno psicologico. Le Istituzioni - che hanno già fatto molto, visto il grado di soddisfazione emerso dalla ricerca - devono ora indirizzarsi maggiormente verso questo aspetto. I dati confortanti di questa indagine ci spingono ad analizzare in profondità tutte le strutture oncologiche italiane in un progetto triennale, patrocinato da AIOM e GOIM e sostenuto da Fondazione Pfizer, nel quale saranno indagate la qualità delle strutture oncologiche, la loro capacità di porre la paziente al centro della cura e l’esistenza effettiva di servizi che consentano di aderire in maniera agevole al percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale loro dedicato. Il progetto prevede la partecipazione diretta delle direzioni sanitarie di 423 ospedali italiani”.
“Complessivamente – ha affermato Giuseppe Pellegrini, professore di metodologia della ricerca sociale all’Università di Padova – le donne sono soddisfatte delle cure ricevute nei reparti di oncologia medica, dell’informazione e delle capacità relazionali del personale. Anche riguardo al sostegno psicologico i risultati sono positivi, ma le loro aspettative sono molto alte. Ed è determinante il ruolo del medico di famiglia, che viene considerato una figura rilevante non solo per gli aspetti clinici, ma anche per la parte psicologica. Il sostegno, infatti, può venire anche da figure non strettamente specializzate come altri medici, volontari o dai propri parenti e famigliari”.
“I risultati dell’indagine – ha puntualizzato Francesco Cognetti, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma – dovrebbero essere confermati in un campione più ampio. In ogni caso sembra emergere una generale richiesta delle pazienti ad un maggiore sostegno psicologico soprattutto nelle fasi più critiche della malattia. Su questo tema c’è bisogno di un forte intervento organizzativo e normativo. Per quel che riguarda, poi, le necessità relative alla rapida individuazione delle unità di diagnosi e cura e dei percorsi terapeutici delle singole pazienti durante il corso della malattia, l’indagine sembra sorprendentemente rivelare che questa domanda di maggiore organizzazione ed informazione non è collegata ad aspetti territoriali. Certamente l’implementazione e la diffusione su tutto il territorio nazionale delle reti oncologiche regionali contribuirà a risolvere queste problematiche”.
“Lo studio – ha affermato Giuseppe Colucci, presidente del GOIM e direttore del Dipartimento di Oncologia Medica all’Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari – mette in luce l’importanza del lato emotivo della malattia. È fondamentale che la donna riceva conforto nel momento della diagnosi e durante le cure e non si senta abbandonata dopo le dimissioni dall’ospedale. L’assistenza psicologica è ancora più efficace se svolta da donne per le donne, in grado di capire meglio il problema di genere. Nella nostra struttura, per esempio, è sempre presente in reparto una psicologa. È attivo, inoltre, il Progetto Girasole per cui la donna riceve una ‘dimissione protetta’ quando lascia l’ospedale. Le viene, infatti, data la possibilità di chiamare un numero di cellulare ad hoc e parlare con una dottoressa in caso di dubbi sulla cura, perplessità o timori”.
“Sono un medico ma soprattutto una donna – ha affermato Cecilia Nisticò, Oncologia Medica A dell’Istituto Nazionale Tumori “Regina Elena” di Roma –. Prevalentemente mi occupo di donne con tumori alla mammella e il compito è difficile perché il cancro è un arcipelago di emozioni, dalla gioia al dolore, dalla paura di perdere la propria femminilità a quella del rapporto con i propri figli. La diagnosi e la terapia devono tenere conto di questo, non sono solo meccanismi tecnici. E sicuramente una donna è in grado di ‘leggere’ queste sfumature e di stare vicino alle proprie pazienti”.
“Nel 1973 – ha raccontato Lea Pericoli – ero campionessa d’Italia nella disciplina del tennis. Sono stata colpita da carcinoma all’utero, operata dal prof. Umberto Veronesi e dopo sei mesi ho vinto nuovamente il titolo italiano. Questo per dire che non ci si deve arrendere. Si può combattere e si può vincere. E si devono eseguire i test di screening, come il Pap test. Proprio la prevenzione, infatti, mi ha salvato la vita. Sono contenta anche che oggi sia cambiato il modo di ‘vivere’ il tumore. Ai miei tempi essere malata era una vergogna, un tabù. Il medico non si consultava con il paziente, ma con la famiglia, che ne teneva nascosta la gravità. Questo silenzio faceva male quanto la malattia stessa. Oggi è giusto parlarne ed è giusto che le donne pretendano sostegno psicologico”.
Così l’alcol promuove le metastasi
Svelati i meccanismi con cui il consumo di alcol dà il via libera a trasformazioni pericolose delle cellule tumorali
(Sportello Cancro, 28 ottobre 2009)
MILANO – È noto che il consumo di alcol è legato a doppio filo con il rischio di sviluppare un tumore e con la sua diffusione nell’organismo. Meno chiaro finora è come e perché ciò accada. Ora uno studio americano ha svelato un meccanismo che potrebbe spiegare la relazione fra drink e malattia invasiva: tutta colpa di un segnale che dà alle cellule il via libera a trasformazioni pericolose, e che l’alcol è in grado di «accendere».
COSÌ NASCONO LE METASTASI - L’alcol, infatti, riportano in un articolo su Alcoholism: Clinical and Experimental Research i ricercatori del Rush University Medical Center di Chicago, stimola un fenomeno fondamentale per la progressione del cancro in forma aggressiva. Si tratta della cosiddetta transizione da epitelio a mesenchima, nella quale le cellule tumorali si evolvono in una forma capace di diffondersi nell’organismo. E’ una trasformazione che la ricerca anticancro oggi tiene sotto stretta osservazione, proprio perché si ritiene sia implicata nel processo con cui le cellule diventano metastatiche.
LE PROSPETTIVE - «Le cellule tumorali diventano pericolose quando formano metastasi – hanno affermato gli autori dello studio –. La chirurgia può rimuovere un tumore, ma le cellule tumorali aggressive invadono i tessuti in tutto il corpo e prendono il sopravvento. Se riuscissimo a frenare questa transizione potremmo limitare le vittime del cancro».
I TEST - Le prove a carico del consumo di alcolici sono state raccolte in laboratorio, osservando ciò che accadeva in linee cellulari di tumori del colon e della mammella. L’alcol ha mostrato di attivare due segnali biochimici essenziali per la transizione da epitelio a mesenchima (un fattore di trascrizione chiamato Snail e il recettore del fattore di crescita epiteliale). Inoltre, le cellule trattate con alcol hanno perso i legami con le cellule vicine, proprio come accade alle cellule metastatiche che si preparano a migrare.
Dalla genomica nuove speranze nella cura dei tumori
Conoscendo il profilo genetico e molecolare dei tumori, e disponendo di innovative tecnologie radioterapiche, si aprono nuove frontiere nella cura dei tumori
Federico Golla, Presidente Assobiomedica Elettromedicali, l'associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del settore biomedicale e diagnostico, ha presenziato al convegno "L'innovazione in oncologia: terapie, tecnologie, farmaci, costi sanitari e finanziamento alla ricerca" tenutosi a Venezia nel corso della manifestazione Salute@Venezia.
Nell'ambito del convegno Golla ha dichiarato "La rivoluzione della genomica ha reso possibile prevedere la predisposizione alla malattia oncologica e proteggere la salute della persona prima che sopraggiunga l'alterazione. In questa rivoluzione si fonda la discontinuità rispetto al passato: non più malattia come fatalità, ma consapevolezza di prevenzione e cura con determinazione scientifica. Per questo sono indispensabili nuove risposte alla nuova realtà soprattutto in termini di innovazione tecnologica".
Golla ha inoltre affermato che "La possibilità di conoscere il profilo genetico e molecolare di ogni singolo tumore provocherà una rivoluzione nel modo di affrontare le diverse neoplasie, sia dal punto di vista diagnostico che prognostico e terapeutico" ed ha aggiunto "Da un punto di vista terapeutico, il principale punto di sviluppo della radioterapia sembra essere al momento la Dose Escalation, ovvero la possibilità di dare una dose sempre più alta alla sola lesione tumorale preservando i tessuti sani e gli organi a rischio".
La medicina molecolare e la tecnologia medica hanno compiuto grandi passi sul fronte della cura dei tumori, ma nonostante questo secondo Golla si continua a classificare le neoplasie sulla base di criteri morfologici che non tengono conto, se non in minima parte, delle alterazioni genetiche e molecolari che le hanno causate.
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Il gene-scudo delle cellule tumorali
La sovraespressione del gene NEK11 permette alle cellule tumorali di riparare i danni causati da radio e chemioterapia con maggiore efficienza, sopravvivendo alle terapie
(
Per sviluppare terapie contro il cancro sempre più mirate e personalizzate un passo fondamentale è caratterizzare quali funzioni si celano dietro ogni singolo gene.
Per questo risulta importante l'identificazione da parte della ricercatrice Marina Melixetian dell'Istituto Europeo di Oncologia (presso il Campus IFOM-IEO di Milano), in collaborazione con il gruppo di ricerca di Kristian Helin e Claus Storgaard Sørensen del BRIC (Biotech Research and Innovation Centre) dell'Università di Copenhagen, del gene NEK11, che si rivela complice della progressione tumorale agendo da scudo rispetto alle cure chemio e radioterapiche, come spiegato in un articolo pubblicato sulla rivista Nature Cell Biology.
Il gene NEK11 attiva, sia nelle cellule sane che in quelle tumorali, un meccanismo di controllo che ferma la duplicazione cellulare e verifica la presenza di danni per consentire agli enzimi specifici di innescare la fase di riparazione e, quindi, di procedere con il corretto svolgimento del ciclo cellulare.
Si è però scoperto che il gene NEK11 risulta sovraespresso e più attivo nelle cellule tumorali, aiutandole a sopravvivere ai danni cellulari causati dalle terapie.
Marina Melixetian spiega "Abbiamo rintracciato questo ruolo cruciale di NEK11 tramite l'analisi di 8000 geni condotte con tecniche di
RNA interference screen e abbiamo osservato che inibendo NEK11 le cellule tumorali sono più sensibili al danno al loro DNA. Quindi in sua assenza risulta più efficace l'effetto di chemioterapia e radioterapia".
Kristian Helin aggiunge "il prossimo passo sarà proprio riuscire a trovare un inibitore specifico che disattivi solo ed esclusivamente questo gene e somministrarlo in associazione alle terapie tradizionali".
La ricerca è stata possibile grazie al sostegno del programma INTACT della Commissione Europea, la Danish Cancer Society, la Novo Nordisk Foundation e la Danish National Research Foundation.
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«Troppi screening, inutili». Cambio di rotta degli esperti Usa
Rischio di diagnosi troppo numerose per tumori piccoli, che non tendono a evolvere. Ma gli italiani ribattono: «Da noi le campagne valutano meglio costi e benefici: si a mammografia e Pap test, no al Psa volontario»
(Sportello Cancro, Vera Martinella, 23 ottobre 2009)
MILANO – L’American Cancer Society fa retromarcia. Da sostenitrice convinta degli screening per la diagnosi precoce dei tumori, ammette ora di avere qualche dubbio sull’efficacia, in particolare, delle mammografie e dei test del Psa per il carcinoma alla prostata. Questi esami eseguiti a tappeto sulla popolazione sana tenderebbero infatti, secondo gli esperti Usa, a sopravvalutare forme di cancro meno pericolose e non a individuare, invece, tumori mortali che si sviluppano troppo velocemente per essere rintracciati. «Non vogliamo lanciare un messaggio che faccia scattare il panico fra la gente - ha detto il capo della ricerca medica della società, Otis Brawley, al New York Times - bensì ammettere che la medicina americana ha fatto troppe promesse sui benefici degli screening clinici,che sono stati».
UNO STUDIO TIRA LE SOMME - La decisione di ridimensionare il messaggio sulla potenziale efficacia degli screening, ha spiegato Brawley, deriva in parte anche da uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista Jama (The Journal of the American Medical Association). A 20 anni dall'inizio degli screening per il cancro alla prostata e al seno, infatti, una ricerca ha fatto un bilancio che porta gli esperti Usa a contestarne la validità. «I programmi di screening non hanno dato i risultati sperati. Sempre più pazienti vengono trattati, e il tasso di neoplasie è più alto, così come l’incidenza di stadi aggressivi non è stata ridotta», sostiene Laura Esserman della Università della California, prima autrice dello studio. «Lo screening dà dei benefici, che non compensano però minimamente i costi delle diagnosi e dei trattamenti non necessari». Per gli autori, il problema principale dello screening del cancro al seno o alla prostata è proprio questo: spesso i pericoli delle forme tumorali vengono sovrastimati e si cominciano trattamenti costosi sia per il paziente che per il sistema sanitario anche in assenza di reale necessità. Queste neoplasie sono tra le forme più comuni di decesso per tumori e la diagnosi precoce resta un presupposto indispensabile per la guarigione, «ma senza l’abilità di distinguere i tumori letali da quelli a rischio minimo – sottolinea Esserman -, c'è il pericolo che la popolazione venga trattata in maniera inefficace, fornendo cure a chi non ne ha bisogno senza concentrarsi sui casi pericolosi».
LE DIVERSITA’ FRA GLI USA E L’ITALIA - «Il concetto di screening è diverso negli Usa rispetto alla maggior parte dei paesi europei, Italia compresa – spiega Riccardo Capocaccia, direttore del Reparto di epidemiologia dei tumori dell’Istituto superiore di sanità -. Da noi si intende un processo organizzato dal Servizio sanitario nazionale, con chiamata attiva delle persone a cui effettuare il test e lettura centralizzata e standardizzata dei risultati. Mentre negli Stati Uniti si intende l’attività, anche molto diffusa, di diagnosi precoce su base individuale. Quindi non tutte le considerazioni che derivano dai dati americani valgono necessariamente in Europa». Insomma, in Italia sono attive campagne di screening, organizzate dalle regioni, solo per i tumori della mammella (mammografia ogni due anni nelle donne tra i 50 e i 69 anni) e della cervice uterina (Pap test ogni tre anni nelle donne tra i 25 e i 64 anni). A cui si è aggiunto, di recente, il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci per la diagnosi precoce del carcinoma del colon-retto (ogni due anni per le donne e gli uomini tra i 50 e i 70 o i 74 anni). Mentre il modello americano è valido da noi con il test del Psa per individuare una neoplasia della prostata: vi si sottopone chi lo desidera, quando vuole, anche perché l’esame di per sé, è molto semplice. Consiste nella ricerca di una proteina che si trova nelle cellule della prostata e si misura con un esame del sangue, che indica le alterazioni, come un tumore, ma anche solo un’infezione.
NO AL TEST DEL PSA SPONTANEO - «Il cambio di rotta sull’utilità dell’american Cancer Society, i cui esperti hanno per anni sollecitato la popolazione a sottoporsi alle analisi, è una grossa novità - rileva Eugenio Paci, dell’Osservatorio nazionale screening -. Su una cosa siamo sicuramente d'accordo: sconsigliamo il test del Psa volontario, perché anche gli ultimi studi confermano che comporta un eccesso di diagnosi, a cui segue spesso un eccesso di trattamenti». Numeri alla mano, spiega Paci, il Psa salva la vita a un paziente ogni 50. Ma gli altri 49, in parte, vengono sottoposti a terapie (e ai loro effetti collaterali) per tumori che in molti casi non avrebbero causato la morte dei malati o che si sarebbero manifestati molto tempo dopo. Su questa stessa posizione sono allineati gli urologi italiani: «Il test serve nei casi a rischio , per chi ha familiarità o mostra dei sintomi, non come screening a tappeto», dice Giuseppe Martorana, presidente della Società Italiana di Urologia Oncologica e direttore della clinica di Urologia all’azienda ospedaliera universitaria di Bologna. E poi, in Italia lo si ribadisce da tempo, il Psa da solo non basta , perché valori elevati devono essere valutati alla luce di altri fattori, prima di decidere se e come intervenire. «E anche se è vero che questo esame porta con una certa frequenza a una sovra-diagnosi – conclude Martorana-, l’importante, una volta scoperta la malattia, è valutare se eseguire dei trattamenti». Stimando bene, fra i vari fattori, anche le conseguenze più difficili da tollerare, come incontinenza e impotenza.
SI ALLA MAMMOGRAFIA - «I problemi di sovradiagnosi per il tumore della mammella e, soprattutto, per quelli della prostata sono ben noti da tempo- continua Capocaccia -. E se i dubbi sul Psa sono molti, c'è comunque accordo quasi assoluto sull’efficacia dello screening mammografico». Lo studio americano ha riportato un aumento del 40 per cento nelle diagnosi di carcinoma mammario, ma se sono addirittura raddoppiate quelle relative a tumori in fase iniziale, sono diminuite del 10 per cento le scoperte di forme di cancro più gravi. Secondo i critici, quindi, lo screening tende, nella maggior parte dei casi, a individuare tipi di neoplasia potenzialmente non pericolosi, che non sarebbe nemmeno necessario diagnosticare e curare. Mentre non trova le forme mortali, che spesso esplodono troppo velocemente. «Quando si fa uno screening è ovvio scoprire tumori ai primi stadi. Lo si fa per questo, perché ci sono maggiori possibilità di guarire», rimarca Marco Rosselli Del Turco, presidente della Società Europea di Senologia Ma il valore della mammografia nel salvare la vita delle pazienti è certo: «Il rischio di sovra-diagnosi esiste – conclude l’esperto -, ma è minimo, circa un carcinoma su venti potrebbe non comparire mai o non essere la causa di decesso. E, anche in questi casi, il problema non è la scoperta in sé, ma le cure successive. E’ su queste che bisogna calibrare bene i rapporti fra costi e benefici».
Menopausa e tumori: più rischi se il seno è «teso»?
Sospetto legame fra terapia ormonale sostitutiva, tensione mammaria e casi di cancro. «Ma non con farmaci e dosaggi attuali» replicano gli esperti
(Sportello Cancro,Donatella Barus (Fondazione Umberto Veronesi), 21 ottobre 2009)
MILANO – Per le donne che seguono una terapia ormonale sostitutiva in menopausa potrebbe esserci un legame fra la sensazione di tensione mammaria e un aumento del rischio di tumore al seno. Non si sa ancora come e perché i fenomeni siano collegati fra loro e pare che ciò accada solo con regimi di trattamento ormonale ormai superati in Italia, ma secondo gli esperti l’argomento merita attenzione e qualche approfondimento, perché potrebbe dire qualcosa di più su sintomi e rischio oncologico.
LA RICERCA - A suggerire un ruolo (finora inedito) della tensione mammaria in terapia ormonale sono i risultati di una ricerca coordinata dagli esperti dell’università della California e riportati sulla rivista Archives of Internal Medicine. Gli autori dello studio hanno appurato che l’assunzione di farmaci ormonali combinati (estrogeni e progestinici) aumenta la probabilità di sviluppare tensione mammaria in donne che prima non l’avevano mai sperimentata. E proprio queste donne sono risultate esposte ad un rischio di cancro della mammella del 48 per cento più alto rispetto alle loro coetanee che, pur seguendo la stessa terapia ormonale combinata, non dichiaravano però alcun cambiamento nella struttura del loro seno.
OGGI TERAPIE MENO RISCHIOSE - Il lavoro è basato su dati relativi a più di 16mila donne coinvolte nello studio americano Women’s Health initiative (Whi), che da ben 18 anni raccoglie informazioni sulla salute delle donne in menopausa e che qualche anno fa negli Stati Uniti fece scalpore poiché svelò come l’assunzione di farmaci ormonali (estrogeni e progestinici) per compensare gli effetti del brusco calo di ormoni, piuttosto diffusa negli Usa, aumentasse il rischio di sviluppare un carcinoma mammario e altre patologie. Dunque gli ormoni contro i disturbi della menopausa (vampate, secchezza vaginale, demineralizzazione ossea, alterazioni della pressione arteriosa) sono da evitare? Lo chiediamo a Bernardo Bonanni, condirettore della Divisione di Prevenzione e Genetica Oncologica del’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, che da tempo si occupa di farmaci e prevenzione del rischio nei tumori mammari: «I risultati dello studio americano sono interessanti e vanno approfonditi. Però è difficile applicarli alle nostre pazienti. Qui in Europa, e in Italia specialmente, nessun medico si sognerebbe di prescrivere i farmaci usati nello studio (un progestinico chiamato medrossiprogesterone, ndr), si usano dosaggi molto più bassi, perlopiù per via transdermica, in gel o cerotto. In generale, poi, va detto che le donne che si sottopongono a cure ormonali per la menopausa (terapia ormonale sostitutiva, o Tos) sono più controllate della media».
SENO TESO? NIENTE PANICO - E la tensione della mammella è da considerare un campanello d’allarme? «Non direi. Stando all’esperienza attuale, è un sintomo spesso del tutto assente nelle donne con un tumore al seno, così come il dolore – precisa Bonanni -. Ogni sintomo va considerato, e la ricerca oncologica è sempre a caccia di nuovi indizi, ma solo alla luce di un profilo personalizzato di rischio». Bernardo Bonanni partecipa allo studio internazionale Hot, attualmente in corso, su donne sane in postmenopausa, da cui ci si attendono molti chiarimenti: «Lo scopo è confrontare l’uso di terapia ormonale sostitutiva, di qualunque tipo, a dosaggi più bassi rispetto a quelli considerati nell’indagine americana, associato o meno a tamoxifen a basse dosi, per vedere se cambia il rischio di andare incontro a un tumore durante le cure. Per ora abbiamo visto che sono molto ben tollerati sia la Tos sia il tamoxifen, e non si vedono aumenti di casi di tumore rispetto alle donne di pari età che non fanno Tos. Ma ci vorranno due o tre prima dei dati definitivi. Alle visite semestrali di controllo registriamo tutti i sintomi, valuteremo anche l’impatto della tensione mammaria».
ORMONI: A CHI NE HA BISOGNO - Non sappiamo esattamente quante siano le cinquantenni che dopo l’ultimo ciclo mestruale seguono una terapia ormonale sostitutiva, ma in Italia sono certamente meno che nell’Europa del nord o negli Usa, qui la Tos non è mai realmente diventata una «moda». «Il concetto chiave – replica Bonanni – è che la terapia ormonale non è un bene per tutte le donne, né un male per tutte. L’equilibrio sta nella personalizzazione: non dobbiamo curare una donna qualunque, dobbiamo curare la signora Maria Rossi che può avere o non avere casi di cancro mammario in famiglia, fattori di rischio legati agli ormoni, alla sua storia riproduttiva o al suo stile di vita. La Tos va prescritta a chi ne ha bisogno, con l’aiuto di un buon centro di prevenzione del cancro della mammella e un buon follow up ginecologico».
Cure oncologiche, la Lombardia un modello per la Joint Commission
(Lombardia Notizie, n°207 del 21 ottobre 2009)
Il riconoscimento è stato attribuito oggi al Belvedere del 31° piano del Grattacielo Pirelli dal presidente della Regione, Roberto Formigonni, e dal presidente della Joint Commission, Anne Ronney, ai direttori dei sette ospedali (Istituti Clinici di Perfezionamento, Fatebenefratelli, Niguarda Cà Granda, San Carlo, San Paolo, Sacco e Istituto Nazionale dei Tumori).
"Si tratta di un altissimo riconoscimento, il primo in Europa, - ha commentato Formigoni - della qualità della sanità lombarda e di un progetto emblematico della sua capacità di farsi carico di tutte le esigenze del paziente e della sua famiglia, secondo un concetto di umanizzazione della cura che va ben al di là del semplice percorso terapeutico".
La nascita del progetto risale al 2005 quando Regione Lombardia, con il coordinamento dell'Azienda Ospedaliera Istituti Clinici di Perfezionamento, ha avviato in via sperimentale - attraverso una apposita dotazione di fondi - uno specifico programma di lavoro per assicurare continuità di assistenza a domicilio ai pazienti oncologici terminali, integrando le prestazioni con la rete dei Servizi Sanitari già presenti nel territorio e concordando modalità comuni di azione.
"La scelta operata da Regione Lombardia - ha ricordato Formigoni - ha voluto incentivare un modello di assistenza che privilegiasse la permanenza a domicilio dei pazienti fino alla morte. Si tratta di una condizione che, come hanno documentato numerosi studi clinici, consente un livello di assistenza medica pari a quello offerto dall'hospice o dal ricovero ospedaliero, ma è caratterizzata da una maggior qualità della vita. I pazienti infatti mantengono le proprie abitudini e sono a contatto con le persone care e le proprie cose".
"E' particolarmente importante - ha aggiunto il presidente - la certificazione che ci giunge dalla Commissione forse più severa e che detta soglie di valore assoluto a livello mondiale".
LA RETE LOMBARDA - Sulla base di questa importante e unica esperienza, il nuovo percorso "Ospedalizzazione Domiciliare di Cure Palliative Oncologiche" è stato esteso a tutta la Lombardia con l'approvazione di una delibera da parte della Giunta regionale, che ha permesso di ampliare la gamma di servizi della rete di cure palliative già esistente, integrando l'offerta di ricoveri effettuati sia nelle unità operative di cure palliative sia negli hospice, con l'obiettivo di garantire un'assistenza non solo clinicamente adeguata ma anche più attenta alle necessità familiari e psicologiche dei pazienti oncologici in fase terminale. Per il 2009, la Regione ha autorizzato 32 strutture sanitarie lombarde ad erogare le cure palliative oncologiche (per complessivi 5.000 pazienti), secondo i criteri adottati in fase sperimentale dai sette ospedali milanesi.
IL SERVIZIO - L'ospedalizzazione domiciliare prevede:
- un servizio attivo 24 ore su 24 e 365 giorni all'anno: dalle 8 alle 20 con visite programmate o estemporanee in caso di urgenza e dalle 20 alle 8 tramite una reperibilità telefonica;
- la presa in carico dei pazienti da parte di professionisti sanitari esperti in cure palliative che si riuniscono settimanalmente per discutere le problematiche dei pazienti; - l'assistenza psicologica per i familiari e i malati che ne facciano richiesta;
- la fornitura di farmaci o direttamente da parte dell'ospedale o tramite prescrizione su ricettario regionale;
- la possibilità di effettuare esami del sangue a domicilio; - la fornitura gratuita di alcuni strumenti come pompe infusionali, materassi antidecubito, carrozzine, letti, ecc;
- il supporto, a richiesta, di volontari senza compiti sanitari, specificamente formati.
IL PERCORSO PER LA CERTIFICAZIONE JCI - Nel corso del 2006, in considerazione degli ottimi risultati ottenuti, il gruppo di lavoro della sette aziende ospedaliere milanesi ha deciso di impegnarsi nella realizzazione di un programma di miglioramento della qualità, molto innovativo e ambizioso, che avesse come punto di riferimento gli standard JCI previsti per la certificazione di specifici percorsi di cura.
Recentemente, infatti, JCI ha messo a punto un programma di certificazione applicabile non alle istituzioni ma a percorsi di assistenza specifici per patologia (Disease or Condition Specific care). Questo tipo di programma interdisciplinare consente di focalizzare l'attenzione verso il miglioramento della qualità delle prestazioni erogate e in particolare verso l'esito finale delle cure.
La certificazione consiste nel riconoscimento che il percorso di cura risponde a standard e requisiti di eccellenza, predefiniti sulla base delle migliori evidenze scientifiche disponibili e con particolare riferimento ai seguenti punti:
- linee guida cliniche basate su prove di efficacia;
- procedure e processi di assistenza e organizzativi;
- modalità di arruolamento, selezione e valutazione del personale;
- percorsi di formazione su aspetti clinici, gestionali e organizzativi;
- gestione della documentazione clinica.
Lo scorso mese di marzo, dopo tre anni di intenso lavoro che ha comportato la definizione e l'uniforme implementazione di moltissime procedure attinenti ai 30 standard e ai 150 elementi misurabili previsti dal sistema di certificazione, le sette Aziende ospedaliere milanesi sono state sottoposte ad una approfondita visita da parte di due esperti americani, che hanno verificato la totale adesione dei programmi di assistenza ai requisiti internazionali, anche attraverso la visita a domicilio dei pazienti in carico.
Al termine dei lavori e della successiva valutazione del rapporto della visita ispettiva da parte dell'apposito board americano, Joint Commission ha comunicato l'avvenuta certificazione (prima in Europa) del programma di cure palliative coordinato dall'Azienda Istituti Clinici di Perfezionamento.
Il progetto ha consentito di verificare e migliorare la qualità dell'assistenza domiciliare al paziente oncologico, con particolare riferimento: o alle modalità di assistenza per uguali livelli di gravità del paziente; o al contenimento dei tempi medi di presa in carico al di sotto dei tre giorni; o alla gestione della documentazione clinica; o alla verifica della soddisfazione dei pazienti (il 95% si è dichiarato soddisfatto o molto soddisfatto dell'assistenza ricevuta); o alle modalità di comunicazione con il paziente; o alla realizzazione di percorsi formativi per il personale. Il mantenimento degli standard di qualità previsti dalla certificazione, che ha una validità di tre anni, sarà oggetto di monitoraggio continuo in modo da stimolare il sistematico miglioramento dell'attività assistenziale.
Attualmente, le strutture sanitarie lombarde accreditate Joint Commission International sono l'Ospedale Bassini, Humanitas, Istituto Europeo di Oncologia e ospedale di Casalmaggiore / Oglio Po. Su richiesta di Regione Lombardia, la stessa Joint Commission sta svolgendo un progetto di supporto alla promozione e alla diffusione di standard internazionali di qualità (170 standard) riguardanti aree quali la sicurezza del paziente, la gestione della documentazione sanitaria e la comunicazione con i pazienti ed i loro familiari.
Questo progetto che terminerà nel 2011 ha come obiettivo prioritario quello di individuare degli spunti per integrare l'attuale sistema di accreditamento istituzionale con requisiti che siano finalizzati a promuovere - in modo più adeguato ai tempi e ai moderni contesti organizzativi - la qualità e la sicurezza delle strutture sanitarie.
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Nasce un centro per combattere i tumori con matematica e informatica
Algoritmi aiutano a capire meglio l’evolversi del male e a scegliere le cure più idonee
Accordo fra Università di Pisa e Istituto Europeo di Oncologia di Milano
(Sportello Cancro,Marco Gasperetti mgasperetti@corriere.it, 20 ottobre 2009)
PISA – Un’università, quella di Pisa, al top nel settore dell’Informatica e della matematica; un centro di ricerche, l’Istituto europeo di oncologia di Umberto Veronesi, tra i migliori al mondo. Due eccellenze che hanno appena firmato un accordo per partecipare uniti alla lunga battaglia per vincere il cancro con la nascita di un centro di ricerca congiunto a Pisa e a Milano. Lo faranno, ateneo e istituto, utilizzando anche l’informatica e i modelli matematici. È la prima volta che in Italia si avvia formalmente una collaborazione tra discipline diverse come la medicina, l’informatica e la matematica. Un’alleanza che non è affatto una novità in altri Paesi, come per esempio la Scozia con esempi all’Università di Edimburgo e gli Stati Uniti.
MODELLI MATEMATICI - I modelli matematici e gli algoritmi informatici aiutano gli scienziati a capire meglio l’evolversi del male e ad scegliere meglio le terapie più idonee. Che, in un futuro, potranno essere anche estremamente personalizzate perché ogni individuo reagisce in modo diverso al tumore e alla cura. Per arrivare alla “personal terapia” è però indispensabile calcolare una impressionante quantità di variabili. Ed è qui che intervengono matematica e informatica. Il computer, per esempio, può calcolare rapidamente i processi di interazione che avvengono tra farmaco e tumore e allo stesso modo i “sistemi esperti”, programmi di intelligenza artificiale, possono anticipare la scoperta di metastasi di un cancro al momento dell’ecografia. “L’informatica applicata all’oncologia ha applicazioni ampissime anche nella ricerca – spiega il professor Roberto Barbuti, ordinario di Informatica all’Università di Pisa -. Oggi si parla, per esempio, di esperimenti in vitro ed esperimenti in silico, I primi sono quelli tradizionali con le provette, tanto per banalizzare, i secondi sono le simulazioni al computer. Dunque, grazie a modelli matematici, si possono fare prove virtuali sulla terapia e anche simulazioni sulla crescita di un tumore che ha un numero incredibile di variabili”. Il futuro della ricerca informatica applicata alla medicina è quello di riuscire a simulare la complessità umana e creare modelli altamente attendibili. Sui quali medici e ricercatori potranno sperimentare cure. Insomma cavie virtuali create dalle macchine.
Assistenza oncologica, certificato qualità a 7 ospedali Milano
(Aiom Notiziario, 16/10/2009)
Milano, 16 ott. - Il programma per assicurare assistenza a domicilio ai pazienti oncologici e' partito nel 2005. Ora per sette ospedali milanesi arriva la certificazione di qualità da parte della Joint Commission International, ente statunitense che accredita le strutture sanitarie. I sette ospedali sono: Istituto nazionale dei tumori, Fatebenefratelli, Niguarda, San Carlo, San Paolo, Sacco e gli Istituti clinici di perfezionamento, ente coordinatore del progetto. Gli esperti americani che hanno ispezionato le strutture hanno verificato la totale adesione dei programmi di assistenza ai requisiti internazionali. Gli ospedali premiati sono i primi in Europa ad aver ricevuto l'accreditamento. Il servizio di ospedalizzazione domiciliare offerto e' attivo 24 ore su 24, per tutto l'anno, prevede assistenza psicologica per i familiari e i malati, fornitura di farmaci e strumenti sanitari e il supporto di volontari. Per il 2009 la Regione ha autorizzato 32 strutture sanitarie lombarde ad erogare le cure palliative oncologiche, per un totale di circa 5000 pazienti.
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