NEWS DEL 30 SETTEMBRE 2008
- Arrivano dagli Usa nuove strategie sul tumore al seno
- Salute: Tumore al seno, 25.000 euro l'anno per curarlo
- Informare figli e coniugi? Non è obbligatorio
- Tumori, agopuntura efficace contro le vampate
- Circolare n°8/2008 - Il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione
- La medicina più potente? È la qualità della vita
- Cinque per mille 2008: il nuovo obbligo della rendicontazione
(Gianni Clerici, Il Giornale n°39, 29/09/2008)
Al congresso di Atlanta, che nell’area oncologica è il più importante (e il più affollato) del mondo, è stato recentemente presentato lo studio «Ies», Intergroup exemestane study, condotto per cinque anni su 2352 donne portatrici di un carcinoma mammario, che è il tumore maligno più diffuso nella popolazione femminile: un milione di nuovi casi ogni anno. Lo studio «Ies» ha dimostrato per la prima volta che le pazienti in post-menopausa con carcinoma nello stadio iniziale hanno una maggiore possibilità di sopravvivenza (+17 per cento) se passano dalla terapia con tamoxifene alla terapia con exemestane. Hanno anche percentuali più basse (-25 per cento) di recidive.Commentando questi risultati, il professor Charles Coombes, dell’Imperial College di Londra, ha dichiarato: «Questa è l’unica ormonoterapia che riesce a migliorare la sopravvivenza globale. Per noi oncologi è un grande risultato». Ad Atlanta è stato precisato che le pazienti partecipanti allo studio sono «passate» al trattamento con exemestane dopo due o tre anni di tamoxifene.La Fda statunitense, che regola con molta severità la diffusione di nuovi farmaci, ha approvato la terapia con exemestane nel carcinoma mammario in fase iniziale. Lo stesso ha fatto l’Agenzia europea per il farmaco. Uno degli autori dello studio «Ies», il professor Stephen Jones, direttore della Ricerca al Cancer Center di Dallas, giudica «ormai vicino» il grande obiettivo della sopravvivenza a una malattia così grave.
Gli effetti collaterali della nuova terapia, aggiunge, non sono preoccupanti. Vampate di calore e cefalea non spingono le pazienti a interrompere la cura. Resta però sconsigliato il ricorso ad exemestane per le donne in gravidanza e per quelle che stanno allattando. Un altro tipo di tumore maligno, più raro del precedente, in carcinoma del rene, è stato al centro di molti interventi congressuali. È stato dimostrato che non solo in questo tipo di tumore ma anche nel sarcoma intestinale, si ottengono notevoli benefici ricorrendo a un nuovo principio attivo (nome chimico: Sutent) già approvato in Usa e in altri Stati, che dovrebbe ottenere presto il riconoscimento dell’Agenzia europea del farmaco. Ad Atlanta è stato presentato uno studio del famoso Sloan Kettering Center sul carcinoma renale. Il professore John Motzer, coordinatore di tale studio (attualmente nella fase 3), ha affermato che fino a oggi Sutent è in grado di garantire una «sopravvivenza libera da malattia» per 43 settimane, contro le 24 di chi si cura con interferone. Questo risultato, ha concluso l’oncologo americano, «fa pensare che Sutent diventerà presto la terapia di riferimento nel carcinoma del rene».Questa neoplasia è la più diffusa delle patologie del rene. Il sarcoma intestinale è invece meno frequente ma asintomatico. Viene spesso diagnosticato con notevole ritardo e questo fatto riduce le possibilità di curarlo. Statistiche inglesi parlano di una sopravvivenza media di due anni.
Dopo l’approvazione europea, Sutent potrà essere prodotto in Italia, ad Ascoli Piceno, dove già nascono altri farmaci dell’area oncologica. Secondo il parere di molti relatori del congresso di Atlanta, Sutent potrà essere usato anche in combinazione con altri farmaci in vari tipi di tumore.In particolare un altro studio presentato ad Atlanta ha dimostrato che nel carcinoma del polmone la somministrazione di Sutent rallenta la progressione tumorale e migliora la qualità di vita.
(Donne-oggi, quotidiano on-line, 25 settembre 2008)
(AGI) - Roma, 25 set. - Il costo sociale per la cura del tumore al seno, considerando l’intero periodo di malattia (2,6 anni in media), si aggira intorno 25.000 euro con un dettaglio di 15.558 euro di costi diretti sanitari a carico del SSN e 3.856 euro a carico delle pazienti a fronte di una loro riduzione di reddito di 5.617 euro. In sostanza, la cura del tumore al seno costa alle donne 9.500 euro. A queste conclusioni e’ giunta un’indagine commissionata dalla Lilt alla Gpf e presentata nel corso della Campagna “Nastro Rosa” iniziativa per la prevezione del tumore alla mammella. Lo studio si basa su un campione di 292 donne operate fra il 2003 e il 2008. Nel primo anno di terapia i costi a carico del SSN ammontano a 19.126 euro di cui 13.488 di costi sanitari, 3.162 di costi diretti della paziente 2.475 per la riduzione di reddito delle donne ammalate. Ai costi reali vanno poi aggiunti quelli relativi all’impatto della malattia sulla vita privata: i cosiddetti costi intangibili: le donne oggetto dell’indagine, 292, hanno rilevato cambiamenti nella gestione della casa che incidono per il 29%, incomprensioni in famiglia (11%), aiuti esterni per la cura dei figli (7%) problemi psicologici (2%), anche se per il 63% delle intervistate non si sono verficati cambiamenti significativi. Le donne ammalate di tumore al seno auspicano soprattutto interventi in due ambiti: miglioramento dell’efficienza del sistema sanitario inteso in senso lato, non circoscritto solo alla qualita’ delle prestazioni sanitarie ma anche all’orientamento e all’assistenza burocratica. In particolare: il 58% delle intervistate auspica una corsia preferenziale per gli esami e le visite. Rilevante anche la quota di coloro che auspicano un maggiore sostegno psicologico (34%). Emerge inoltre l’esigenza di una migliore assistenza a domicilio ma anche di supporto nella gestione della vita domestica. (AGI)
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Intervista con Claudia Borreani, psiconcologa dell'Istituto Tumori di Milano
La privacy va rispettata, ma far chiarezza in famiglia aiuta. Spesso i pazienti hanno solo bisogno di sostegno per comunicare notizie difficili
(Vera Martinella, Sportello Cancro, 24 settembre 2008)
Informare o no i familiari di un malato di cancro anche se il paziente si oppone? Il dilemma è stato dibattuto a Parigi dal neonato comitato d’etica, di cui fanno parte 35 personalità scelte fra medici, pazienti e giuristi. Il comitato nazionale francese, istituito proprio per affrontare scottanti questioni etiche legate all’oncologia, propende, pur fra mille dubbi, per un diritto assoluto del paziente sulla malattia e sull'eventualità di darne notizia. Torna così ancora una volta al centro dell’attenzione il problema dei tempi e dei modi della comunicazione fra medico, paziente e familiari.
DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E RISERVATEZZA - L'esempio portato al tavolo del dibattito è quello di un uomo di 45 anni con un carcinoma polmonare al quale viene comunicato che le cure non hanno sortito gli effetti sperati. Lui chiede di non dire nulla ai parenti, ma fuori dalla stanza aspetta la moglie che interroga i medici e vuole sapere: ha tre figli piccoli e vuole capire se sia il caso di riprendere un posto fisso lasciato otto anni prima. In Francia, il Comitato etico sul cancro ha ribadito il principio per cui «la fiducia medico-paziente ha valore assoluto, perchè il malato appartiene, mai come in quei momenti, a sé stesso». Una regola che vige anche in Italia. Da un lato il malato ha diritto ad essere informato in modo esaustivo sulla sua situazione clinica,fino alla sottoscrizione del «consenso informato» prima di sottoporsi, ad esempio, ad un intervento chirurgico. Dall’altro il rapporto fra un medico e il suo assistito è riservato, tutelato dalla legge sulla privacy che, a discrezione del diretto interessato, può escludere anche le persone più care, figli, genitori o coniugi.
I TEMPI DI ELABORAZIONE DELLA NOTIZIA – Nell’esperienza di Claudia Borreani, responsabile della struttura di Psicologia alla Fondazione Irccs Istituto Nazionale Tumori di Milano, è molto più frequente il caso in cui sono i parenti a gestire le informazioni e chiedono agli oncologi di non essere «troppo chiari» con il malato. «E’ naturale voler proteggere i propri cari dalle brutte notizie – spiega Borreani -. Quello che ho imparato in quasi vent’anni di attività, è che esistono dei tempi di elaborazione che vanno rispettati. Può essere che il malato abbia bisogno di giorni o settimane per avvertire la famiglia di una diagnosi difficile, di una recidiva o del fallimento delle cure. O che, d’altro canto, i parenti preferiscano preparare l’interessato a ricevere un’informazione critica. In questi casi il medico può attendere che si mettano in modo le dinamiche familiari e rispettarne la tempistica». Nella quotidianità ospedaliera, insomma, le cose sono molto più complesse che sulla carta. L’oncologo, il chirurgo, il medico, quindi, dev’essere preparato - con un’adeguata formazione e magari con il supporto di un collega specializzato come lo psiconcologo – a intervenire in maniera corretta nel contesto familiare, senza rompere gli equilibri o negare il diritto di sapere.
SITUAZIONI ESTREME – Ma di fronte a una domanda diretta, a una chiara volontà di conoscere la verità, come ci si comporta? «Seguendo gli stessi principi ribaditi dai francesi – risponde la psiconcologa - . Il diritto del paziente a essere informato è inviolabile, nonostante le attenzioni o le pressioni dei familiari. Così come lo è il suo eventuale desiderio di non divulgare la notizia». Di solito, però, le situazioni estreme come il totale silenzio fra malato e parenti è tipico di situazioni familiari già compromesse, dove il dialogo mancava già prima che intervenisse la malattia.
«NON SO COME FARE A DIRLO» - Molto spesso accade invece che i pazienti chiedano aiuto per gestire il rapporto con genitori, figli, coniugi, o viceversa. Soprattutto dopo i primi trattamenti, se non si hanno i risultati sperati, insorge la difficoltà di comunicare un ritorno di malattia o il fallimento dei vari trattamenti. La volontà di dare la notizia nella maggior parte dei casi c’è, ma serve un sostegno, anche per trovare il modo migliore, quello più adeguato alla singola circostanza. In ogni caso, seguendo il modello di quanto avviene per l’Aids o le malattie genetiche, sarebbe auspicabile che ai pazienti venisse spiegata, fin dal momento della diagnosi, l’importanza di rendere partecipi le persone più vicine. «In questi momenti è più che mai utile la presenza di uno psicologo con cui confrontarsi o che possa dare dei suggerimenti, nei casi in cui viene richiesta – conclude Borreani -. Serve grande delicatezza, rispettando le complessità di ciascun nucleo familiare, ma il principio di base da seguire è semplice, anche se lo è molto meno metterlo in pratica: più si esplicita la situazione clinica e si fa chiarezza, più sarà «facile» gestire anche i momenti duri».
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L'esperienza di Carlo Di Stanislao, presidente dell’Associazione Medica per lo Studio dell'Agopuntura
Dimostrata la validità dell'antica pratica cinese per arginare disturbi vasomotori, neuropatia e secchezza delle fauci causati dalla chemio
(Sportello Cancro, Vera Martinelli, 22 settembre 2008)
Disturbi vasomotori, vampate, sudori notturni e sudorazione eccessiva sono alcuni degli effetti collaterali dei trattamenti di chemioterapia per le pazienti con un tumore al seno. Nel corso degli anni sono stati proposti numerosi rimedi a queste conseguenze indesiderate, con buoni risultati, ma la validità a lungo termine, la sicurezza e i costi sono ancora da discutere. A tutt’oggi, insomma, non esiste un golden standard per il controllo di questi sintomi. Ora uno studio, presentato al convegno annuale dell’American Society for Therapeutic Radiology and Oncology (Astro) di Boston, dimostra l’efficacia di una terapia che aveva già suscitato in passato grande interesse: l’agopuntura.
I LIMITI DEI «FARMACI ANTI-VAMPATE» - Secondo i ricercatori l’80 per cento delle donne sottoposte a chemioterapia e/o a cura ormonale con farmaci antiestrogenici (quali tamoxifen e arimidex) soffre di vampate e disturbi vasomotori come conseguenza dei trattamenti. Sebbene nelle signore in menopausa si ricorra solitamente a una terapia ormonale sostitutiva per alleviare questi sintomi, nelle pazienti con un carcinoma della mammella questa non via non è praticabile perché potrebbe aumentare il rischio di una recidiva. In alternativa, si sceglie in genere una cura a base di steroidi o antidepressivi, ma si tratta di medicinali che per lo più hanno a loro volta altri effetti collaterali: aumento di peso, nausea, costipazione, senso di affaticamento. Fra i rimedi anti-sudorazione più prescritti c’è in particolare un antidepressivo e inibitore del riassorbimento della serotonina, la venlafaxina (nome commerciale Effexor), che viene però in molti casi rifiutato, proprio a causa dei fastidi che potrebbero conseguirne (calo della libido, insonnia, nausea, vertigini) o perché le pazienti oncologiche si rifiutano di prendere ulteriori farmaci aggiuntivi alle cure anticancro.
LO STUDIO – Le 47 partecipanti alla sperimentazione, tutte con tumore del seno in terapia con tamoxifen o arimidex, sono state divise in due gruppi: uno è stato sottoposto a una cura di 12 settimane a base di venlafaxina, l’altro ad agopuntura. «Abbiamo dimostrato che l’agopuntura è una cura efficace contro vampate e problemi legati alla sudorazione indotte dalla chemio per tumore del seno - commenta Eleanor Walker, autrice della ricerca e radioterapista all’Henry Ford Hospital di Detroit -. E non solo: le pazienti trattate con agopuntura hanno ricevuto un accresciuto senso di benessere e maggiore energia. Il tutto senza conseguenze indesiderate e con un costo minore rispetto ai farmaci». Infine, una volta sospesa la cura, i benefici sono stati più duraturi nel gruppo sottoposto all’antica pratica cinese.
L’ESPERIENZA ITALIANA - Alcuni anni fa studiosi italiani erano giunti alle stesse conseguenze, come spiega Carlo Di Stanislao, presidente dell’Associazione Medica per lo Studio dell'Agopuntura (Amsa) e responsabile dell'Ambulatorio di Agopuntura e Moxa all’Asl di L'Aquila: «Nel 2002 noi dell’oncologia medica aquilana abbiamo pubblicato sulla rivista Tumori un lavoro - seguito di uno studio pilota del 1999 - che dimostrava, con rigoroso metodo scientifico, l’efficacia dell’agopuntura nella terapia delle vampate di calore e dei disturbi neurovegetativi correlati, in donne con carcinoma mammario trattate, dopo chirurgia, con tamoxifen e sottoposte settimanalmente con agopuntura per un periodo di tre mesi». Dopo quest’esperienza positiva, a L’Aquila il trattamento agopunturale è entrato nei protocolli strandard delle pazienti con tumore avanzato in terapia con tamoxifen, ottenendo risultati positivi nell’85 per cento dei casi. Nel 2003, hanno replicato lo studio su uomini con carcinoma prostatico, sottoposti a terapia anti-androgenica post-intervento, con sedute settimanali per tre settimane consecutive. «Abbiamo registrato – prosegue Di Stanislao - non solo una riduzione delle vampate ma anche un incremento della qualità della vita. Altre ricerche, poi, ci hanno confermato la validità dell’agopuntura anche per prevenire o combattere la polineuropatia (dolore ai nervi periferici, ndr) causata da chemioterapici come il cisplatino, usato nella terapia di neoplasie di colon, polmone, pancreas. O, ancora, per prevenire la congiuntivite permanente indotta dal 5-fluorouracile, impiegato contro i tumori intestinali. E per limitare la fastidiosa secchezza delle fauci spesso causata dai cicli di chemio e radioterapia».
I COSTI – A L’Aquila le sedute di agopuntura per i pazienti oncologici (generalmente una o due alla settimana, dieci o dodici in totale) vengono eseguite nell’apposito ambulatorio dell’ospedale San Salvatore come prestazioni rimborsate dal Servizio sanitario nazionale. Una situazione del tutto eccezionale nel panorama italiano, dove l’agopuntura è sempre a totale carico del paziente e rimborsi sono previsti solo in Toscana ed Emilia Romagna, mentre esiste un altro ambulatorio all’ospedale San Paolo di Napoli. «Le sedute a pagamento durano in media 20 o 30 minuti e costano 50 euro – conclude Di Stanislao -. L’importante è farsele prescrivere da un medico o dall’oncologo, che deve comunque esserne informato. Ed è fondamentale affidarsi a una persona esperta, che può essere scelta facendo riferimento all’elenco presente all’interno della Federazione Italiana delle Società di Agopuntura (Fisa)».
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Decreto legge n. 112 del 2008 convertito in legge n. 133 del 2008 – “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” – art. 71 – assenze dal servizio dei pubblici dipendenti - ulteriori chiarimenti
Il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta ha firmato il 5 settembre una circolare riguardante l’applicazione dell’art. 71 del Decreto legge n. 112, recentemente convertito in legge, in merito alle assenze dal servizio dei pubblici dipendenti, con particolare riguardo all’applicazione della legge n. 104 del 1992 sui disabili.
La circolare, che sarà trasmessa alla Corte dei Conti, è volta a rispondere ai numerosi quesiti pervenuti dalle amministrazioni. La circolare esamina la tematica dei permessi sia per i dipendenti pubblici portatori di disabilità grave, sia per i dipendenti pubblici che debbono assistere, in maniera continuativa ed esclusiva, familiari con handicap in situazione di gravità. Al fine di evitare abusi e in previsione di un riordino della normativa, il Dipartimento della Funzione pubblica avvierà un monitoraggio sull’attuazione della legge n. 104 del 1992 per la parte riguardante i permessi. Scopi del monitoraggio sono il riconoscimento effettivo dei diritti di accesso alla legge n. 104 del 1992, il corretto funzionamento della legge nell’interesse degli aventi diritto e la maggiore efficienza della pubblica amministrazione.
Leggi testo intero della circolare
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(Umberto Veronesi, La Repubblica, 17 settembre 2008)
Il cancro è una malattia ambientale, vale a dire è il risultato dell' azione di agenti che si trovano nell' ambiente in cui viviamo. Ci sono agenti cancerogeni con cui entriamo in contatto per il fatto stesso di vivere su questo pianeta: nell' aria, nelle radiazioni della Terra e del cosmo, nel cibo e nell' acqua; e altri che provengono dalle abitudini di vita che scegliamo, come il fumare o l' alimentarci nel modo sbagliato. Questi fattori, benché vari e numerosissimi, agiscono tutti allo stesso modo: creano un danno al nostro Dna, chiamato "mutazione" (di uno o più geni). La mutazione dà origine a un processo che dura anni (da 3 a 20) e permette alla cellula di proliferare senza rispetto per i limiti imposti dall' armonia che regola i nostri organi e i nostri tessuti. Per questo la cellula tumorale è una cellula "sprogrammata", che sfugge al programma ordinato dell' organismo, causando disordine e malattia, come se avvenisse un minimo errore nel software complesso e meraviglioso che orchestra il nostro corpo. Quando il danno si produce, entrano in gioco le nostre difese naturali, cioè enzimi che si attivano per ripararlo. In alcuni di noi questi enzimi riparatori sono più forti e attivi, in altri più deboli, per cui il Dna risulta più fragile ed esposto al rischio malattia. Che fare allora per difenderci? Primo, dobbiamo eliminare i cancerogeni ambientali conosciuti. E questo lo stiamo facendo da tempo. Sono bandite ormai molte sostanze cancerogene che si trovavano sui luoghi di lavoro, molti pesticidi, l' amianto come materiale di costruzione, il benzene nell' industria delle calzature, le amine aromatiche nell' industria chimica. Secondo, dobbiamo cambiare gli stili di vita a maggior rischio. Terzo, ove possibile, intervenire farmacologicamente per impedire che venga avviato il processo di trasformazione tumorale. Circa i primi due punti sappiamo che i fattori ambientali-comportamentali sono responsabili dell' 85 per cento dei casi di tumori (il 12 per cento è dovuto a fattori endocrini riproduttivi e il 3 per cento a fattori genetici). Il più consistente è il rischio che deriva da ciò che mangiamo: il 30 per cento dei casi di cancro è legato all' alimentazione. Il rischio è duplice. Alcuni elementi, come i grassi di origine animale, sono dannosi in sé e inoltre sono un veicolo dei cancerogeni presenti nell' ambiente. È da evitare l' iperalimentazione e vanno limitati i grassi di origine animale. Accanto ai cibi pericolosi, ci sono anche alimenti protettivi come la frutta e la verdura, che vanno invece consumati in abbondanza. Il secondo fattore eliminabile è il fumo di sigaretta, responsabile del 30 per cento delle morti per cancro nel mondo. L' aria che si respira, alibi per molti fumatori che si rifiutano di smettere perché «comunque l' aria inquinata è cancerogena», in realtà non causa più del 4 per cento dei tumori. Gli agenti infettivi causano circa il 10 per cento dei tumori e si stanno diffondendo vaccinazioni contro virus cancerogeni conosciuti, come l' Hpv o l' epatite B. Sul terzo punto, la farmacoprevenzione, la ricerca sta dando i primi risultati per prevenire il cancro della mammella (con il tamoxifen, il raloxifen, i derivati della vitamina A), della prostata, del colon e del polmone. Dove tuttavia non arriva la prevenzione primaria (gli interventi per impedire l' avvio del processo tumorale) può arrivare la prevenzione secondaria, cioè la diagnosi precoce e preclinica, che significa identificare il processo agli esordi. È grazie alla prevenzione e alla diagnosi precoce che dalla fine del secolo scorso la mortalità per cancro ha iniziato a diminuire e per alcuni tumori, come quello del seno, in fase iniziale, siamo arrivati a una percentuale di guarigione vicina al 90 per cento. La rivoluzione della diagnostica per immagini ci ha condotto a esplorare virtualmente tutto il nostro corpo per trovare lesioni microscopiche, che neppure immaginavamo esistessero pochi anni fa. Intervenire su queste forme iniziali, o addirittura precancerose, equivale a guarire la malattia nella maggioranza dei casi. Inoltre la chirurgia radioguidata e robotizzata ha aperto le porte a interventi chirurgici miniinvasivi che rispettano il corpo e la qualità di vita della persona. Oggi diagnostichiamo tumori occulti e impalpabili. Questo avanzamento diagnostico ha portato con sé un tipo diverso di malattia e una nuova coscienza nella popolazione. Per il seno, per esempio, oggi le donne che si presentano al medico con un tumore piccolo (noi lo chiamiamo T1) sono l' 80 per cento, nel 1975 era il 20. Vuol dire che siamo entrati in un circolo virtuoso: più tumori sono diagnosticati precocemente, più efficace è la loro cura, più persone credono nella diagnosi precoce. La prospettiva futura è di un miglioramento ulteriore delle nostre capacità di diagnosi, grazie allo sviluppo continuo dell' imaging, combinato alle nuove conoscenze sul Dna. Parallelamente stiamo sviluppando nuove tecniche per raggiungere un bersaglio tumorale che si fa sempre più circoscritto. In chirurgia abbiamo accennato alla robotica, ma sono allo studio nuove forme di radioterapia sempre più mirata e con nuove particelle, come gli adroni; tecniche di medicina nucleare per portare isotopi radioattivi direttamente sull' area malata, trattamenti con ultrasuoni. Il grande sogno rimane quello di distruggere farmacologicamente il tumore. La ricerca non ci rinuncia; tuttavia il cancro non è una, ma tante malattie diverse e multifasiche e la genetica oggi è tutta orientata alla ricerca di molecole in grado di interferire con i vari processi tumorali. In attesa delle grandi scoperte che ci sta via via offrendo la conoscenza del Dna, la prevenzione rimane il più potente strumento che abbiamo nelle nostre mani, e che può proteggerci ancora più efficacemente di quanto non faccia oggi, a due condizioni: l' informazione della gente e la coscienza delle autorità sanitarie che presiedono alla tutela della salute dei cittadini.
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La legge Finanziaria 2008 ha introdotto una novità riguardo al 5 per mille, quella di redigere un apposito e separato bilancio nel quale indicare la destinazione delle somme percepite
(Sergio Ricci, commercialista e consulente Ciessevi)
La Finanziaria di quest’anno ha riproposto anche per il 2008 la possibilità per i contribuenti di destinare una quota pari al 5 per mille dell’Irpef a finalità di interesse sociale con una importante novità (comma 6, articolo 3, legge 244/2007): l’obbligo, per gli enti che riceveranno il contributo del 5 per mille sui redditi 2007, di redigere un apposito e separato rendiconto, corredato da una relazione illustrativa, nel quale indicare, in modo chiaro e trasparente, quale sia stata la destinazione delle somme percepite. Con l’articolo 8 del DPCM del 19 marzo 2008, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.128 del 3 giugno 2008, sono state rese note le modalità di effettuazione di tale rendiconto.
In tale documento si legge che i soggetti destinatari delle somme suddette entro un anno dalla ricezione degli importi, sono tenuti a redigere un apposito rendiconto utilizzando il modulo che sarà reso disponibile sui siti istituzionali dei Ministeri competenti, nel quale dovrà essere rappresentato in modo chiaro e trasparente l'effettivo impiego delle somme percepite per le finalità cui sono destinate. Dovrà, inoltre, essere redatta anche una relazione che illustri gli interventi posti in essere, indicando per ciascuno di essi il costo, suddiviso nelle principali voci di spesa. I rendiconti e le relative relazioni dovranno essere trasmessi entro trenta giorni dalla data ultima prevista per la compilazione al Ministero competente alla erogazione delle somme, per consentirne il controllo. A tal fine, il medesimo Ministero potrà richiedere l'acquisizione di ulteriore documentazione integrativa. Gli enti che avranno percepito contributi di importo pari, o superiore, 15mila euro sono tenuti, obbligatoriamente, a tale invio.
Mentre gli enti che avranno percepito contributi inferiori a 15mila euro non sono tenuti all’invio del rendiconto e della relazione che dovranno comunque redigere entro un anno dalla ricezione degli importi e conservare per dieci anni e fornirli, su richiesta, agli organi competenti. Quindi si tratterà di un nuovo obbligo contabile, slegato e complementare alla redazione del bilancio e/o rendiconto annuale dell’ente non profit, che dovrà indicare la destinazione delle somme, che quindi assumono, in base a tale legge, un preciso vincolo di destinazione e non possono essere liberamente utilizzate dall’ente, per esempio per il pagamento delle spese generali dell’ente stesso. C’è un’assimilazione del cinque per mille, a partire dal 2008, alla disciplina degli enti non profit che effettuano raccolte pubbliche di fondi, i quali sono obbligati a redigere un apposito rendiconto in cui devono essere riportati, in modo chiaro e trasparente, le entrate e le spese afferenti ciascuna delle manifestazioni previste dalla normativa: celebrazioni, ricorrenze, o campagne di sensibilizzazione. Anche tale rendiconto, da predisporsi (nel caso di raccolte fondi) entro quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio sociale, deve essere accompagnato, da una relazione illustrativa concernente le entrate ed uscite in esso riportate. Quindi, laddove la rendicontazione in entrata e in uscita (cioè il mero elenco, a sezioni contrapposte, delle spese e dei proventi) effettuata per ogni raccolta fondi non fosse sufficiente a soddisfare le esigenze informative dei terzi, il documento deve essere accompagnato da una relazione che illustri come si è svolta l’attività. L'obbligo di predisporre il rendiconto delle entrate e delle spese di ogni raccolta fondi è indipendente da qualsiasi eventuale ulteriore vincolo contabile a carico dell'ente non commerciale (a prescindere, pertanto, dal fatto che questo svolga o meno attività commerciale e rediga un rendiconto / bilancio annuale). Come abbiamo detto c’è un’assimilazione, da un punto di vista di rendicontazione contabile, tra le raccolte fondi e la rendicontazione del contributo cinque per mille. Ricordiamo che la Circolare Agenzia delle Entrate n. 27 del 26 marzo 2008, è intervenuta con due appositi paragrafi su tale aspetto, ribadendo da un lato l’obbligo di tale rendiconto “ che consenta di verificare, in modo chiaro e trasparente con quali modalità le somme ricevute siano state impiegate e quale ne sia stata la destinazione data alle stesse”, dall’altro “la stessa disposizione, inoltre, facendo riferimento all’onere di rendicontazione delle somme ricevute introdotto a carico dei soggetti beneficiari, demanda allo stesso decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, la disciplina delle modalità e dei termini per il recupero delle somme non rendicontate”.
Su quest’ultimo aspetto, l’articolo 8 del DPCM 18 marzo 2008 pubblicato sulla G.U. n. 128 del 3 giugno 2008, c’è una chiara ed esplicita previsione: in caso di mancata rendicontazione delle somme del cinque per mille introitate dagli enti non profit (a partire da quelle del 2008), le stesse potranno essere revocate e recuperate dall’Erario. In particolare nei seguenti casi: qualora l’erogazione delle somme sia stata determinata sulla base i dichiarazioni mendaci o basate su false attestatazioni anche documentali; qualora le somme erogate non siano state oggetto di rendicontazione; qualora gli enti che hanno percepito contributi di importo pari o superiore a 15mila euro non inviino il rendiconto e la relazione; qualora, a seguito di controlli, l’ente beneficiario non sia in possesso dei titoli che danno l’ammissione al beneficio; qualora gli enti che hanno percepito contributi di importo inferiore a 15mila euro non ottemperino alla richiesta di trasmettere, ai fini del controllo, il rendiconto, la relazione illustrativa e la ulteriore documentazione eventualmente richiesta. Tale recupero del contributo comporta l’obbligo di riservare all’Erario, nel termine di sessanta giorni dalla notifica del provvedimento di contestazione, le somme indebitamente riscosse, rivalutate del tasso Istat e maggiorate degli interessi legali e l’eventuale recupero coattivo. Come si è potuto notare il cinque per mille, lungi dall’essere definitivamente chiarito, pone ancora dei temi, come quello sopra esposto della rendicontazione, temi su cui la dottrina e la prassi (e il legislatore) possono ancora esprimersi a lungo. Del resto, la novità rappresentata da tale modalità forte di finanziamento del terzo settore (intesa in senso globale di sistema), dovrà necessariamente portare a dei chiarimenti ed interventi di varia natura. L’importante è che tale strumento inizi a funzionare correttamente ed in modo fluido in modo da permettere ai soggetti beneficiari di poter provvedere alle loro esigenze finali di natura istituzionale, necessarie, a vario titolo e raggio d’intervento, per tutta la società. ˜
ASPETTI CONTABILI 5 PER MILLE 2006
Il 28 luglio 2008, il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali ha pubblicato una nota relativa al saldo del 5 per mille.
A metà giugno 2008 risultano liquidati il 40% dei beneficiari, per un totale di 80 milioni di euro.
L’emissione della parte restante è in corso. A partire dal 17 luglio 2008 il ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, ha siglato una convenzione con l’Agenzia delle Entrate per automatizzare e velocizzare i pagamenti. Quindi, nell’arco di 4-6 settimane (fine agosto, primi di settembre) si prevede che saranno accreditate le quote restanti, pari a circa 120 milioni di euro, a tutti gli enti che hanno già comunicato le coordinate bancarie e postali per il versamento.
Per gli enti che non hanno ancora comunicato le coordinate bancarie All’Agenzia delle Entrate mancano, però, ancora le coordinate bancarie o postali di circa 5mila enti.
La nota del Ministero invita, proprio per facilitare e accelerare la liquidazione delle somme spettanti, gli enti che non hanno ancora comunicato le proprie coordinate bancarie, di farlo attraverso una delle seguenti modalità:
- accedendo ai servizi telematici (richiedendo il pin code) e utilizzando l’apposita procedura;
- consegnando presso un ufficio dell’Agenzia, a mano, il modello per la richiesta di accreditamento su conto corrente bancario o postale di rimborsi fiscali e di altre forma di erogazione riservato a soggetti diversi dalle persone fisiche.
- fornendo i dati delle coordinate IBAN nel modello di iscrizione al 5 per mille 2008, per coloro che utilizzano tale procedura.
La nota ministeriale chiede, in particolare, la collaborazione dei 5 mila enti che non hanno ancora fatto pervenire i dati mancanti per la liquidazione. Se gli enti non forniranno le coordinate bancarie entro breve, le sedi territoriali dell’Agenzia delle entrate procederanno, con un contatto diretto locale, ad acquisire i dati necessari al pagamento secondo modalità ordinarie (trasferimento bancario) ovvero provvedendo, anche per somme contenute, al pagamento tramite vaglia bancario. Naturalmente questo potrebbe comportare un allungamento dei tempi. L’avvio di questa procedura agevolerà l’erogazione delle somme relativa al 5 per mille 2007 con le medesime procedure, garantendo i versamenti in 6-8 mesi, non appena saranno disponibili gli elenchi dei beneficiari e i relativi compensi.
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