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Si possono avere figli dopo un tumore al seno? Tutto quello che c’è da sapere su cancro mammario, fertilità e gravidanza

Si può rimanere in cinta dopo essere stata colpita da un tumore al seno. La gravidanza può essere portata a termine senza rischi? Ci sono rischi per la salute del figlio? La scienza, per fortuna, sa come rispondere a queste importantissime domande che tante donne si pongono.

Ricevere una diagnosi di tumore al seno, in età in cui si sogna ancora una maternità, significa affrontare paure profonde: non solo per la propria salute, ma anche per il futuro che si immaginava. Eppure, oggi, sempre più donne che hanno vissuto questa esperienza possono tornare a sperare in una gravidanza. Al momento della diagnosi, circa il 50% delle pazienti in età fertile manifesta il desiderio di avere un figlio. Un dato che assume un significato ancora più forte se si considera il progressivo aumento dell’età della prima maternità (oggi, nel 25% dei casi, superiore ai 35 anni) e il miglioramento delle cure, che ha reso la prognosi sempre più favorevole e la vita dopo il tumore una prospettiva concreta. In Italia, sono 925.406 le donne che vivono dopo una diagnosi di carcinoma della mammella. Si tratta del tumore più frequente nelle donne giovani, responsabile di circa il 40% di tutti i nuovi casi tra i 0 e i 49 anni. Il rischio di sviluppare la malattia è di 1 donna su 40 sotto i 50 anni, a fronte di 1 su 20 nelle adulte e 1 su 25 nelle anziane. Ogni anno, il 20% delle nuove diagnosi riguarda donne con meno di 45 anni (circa 6.000 casi) e il 7% donne con meno di 35 anni (circa 3.800 casi). Ecco perché il tema del rapporto tra tumore al seno e preservazione della fertilità è particolarmente sentito.

tumori frequenti 20-44 anni

È possibile rimanere incinta dopo il cancro al seno?

Per affrontare questo delicato tema è bene partire da un dato scientifico chiaro: le terapie oncologiche possono ridurre la fertilità. Per fortuna, negli ultimi anni, la ricerca e la pratica clinica hanno dimostrato che una gravidanza dopo un tumore al seno è possibile e sicura per molte donne. Gli studi scientifici dimostrano che non vi è un aumento di malformazioni congenite nei bambini nati da donne con una precedente diagnosi di tumore, né un peggioramento della prognosi materna. Anzi, le pazienti che hanno avuto una gravidanza dopo il cancro mostrano spesso una migliore sopravvivenza libera da malattia e una maggiore sopravvivenza globale rispetto a chi non ha avuto figli. Naturalmente, la fertilità può risultare ridotta: solo in circa il 60% dei casi è possibile portare a termine una gravidanza dopo le cure oncologiche, e si registra un incremento dei parti cesarei. Tuttavia, la sicurezza materna e fetale è ampiamente confermata, anche per le donne portatrici di mutazioni genetiche ereditarie come BRCA1 e BRCA2. Uno studio internazionale pubblicato sul JAMA nel 2024 ha analizzato 4.732 donne sotto i 40 anni con mutazione BRCA e storia di carcinoma mammario, di queste 659 (22%) hanno avuto almeno una gravidanza dopo la guarigione senza differenze in termini di sopravvivenza o rischio di recidiva  e complicanze rispetto alla popolazione generale. Un’ulteriore ricerca condotta su più di 500 donne con tumore ormonopositivo ha dimostrato che è possibile interrompere temporaneamente la terapia ormonale dopo circa 18 mesi, affrontare una gravidanza e poi riprendere il trattamento senza compromettere la prognosi. Più del 60% delle donne coinvolte ha completato felicemente la gravidanza. In generale, dunque, la gravidanza dopo un tumore al seno non aumenta il rischio di recidiva. Ciò che conta è affrontare ogni caso in modo individuale, con il supporto di un’équipe specializzata capace di valutare il momento giusto, i rischi e le opzioni più adatte per ciascuna paziente.

Curare il cancro al seno e preservare la fertilità

A questo punto, è utile approfondire quali sono le tecniche cui è possibile ricorrere per preservare la fertilità. Chemioterapia e radioterapia, infatti, possono compromettere in misura variabile la funzione ovarica. Questa compromissione può dipendere dal tipo di farmaco o di trattamento, dalla dose e, soprattutto, dall’età della paziente al momento della cura. Nelle donne sotto i 35 anni il rischio di amenorrea (assenza del ciclo mestruale) a lungo termine è simile a quello delle coetanee sane, ma tra i 35 e i 40 anni può salire fino al 50%, e oltre gli 85% dopo i 40 anni, con una riduzione della probabilità di gravidanza di circa il 40%. Per questo motivo le principali linee guida internazionali (ASCO, ASRM, AIOM ed ESMO) raccomandano di informare tempestivamente ogni giovane donna con cancro al seno sul rischio di infertilità e di avviare un percorso di counseling precoce per la preservazione della fertilità, già al momento della diagnosi.

Si tratta di un approccio multidisciplinare che coinvolge non solo oncologo e chirurgo, ma anche lo specialista della riproduzione, il genetista e lo psicologo, perché le scelte in questa fase hanno un forte impatto emotivo oltre che clinico.

Le tecniche oggi disponibili per prevenire l’infertilità da chemioterapia sono consolidate e offrono tassi di successo tra il 30 e il 50%, con possibilità reali di gravidanza dopo la guarigione. La scelta del metodo più appropriato va sempre fatta caso per caso, tenendo conto dell’età, del tempo disponibile prima dell’inizio delle terapie e delle preferenze della paziente.

Tra le principali opzioni oggi a disposizione:

  • analoghi del GnRH, che inducono una protezione temporanea dell’ovaio durante i trattamenti;
  • trasposizione ovarica (ooforopessi), eseguita prima della radioterapia pelvica per ridurre il danno da radiazioni;
  • crioconservazione ovocitaria, una tecnica minimamente invasiva e ormai consolidata, che consente di prelevare e congelare gli ovociti dopo una stimolazione ovarica, non richiede la presenza di un partner e risulta più efficace nelle donne con buona riserva follicolare, generalmente sotto i 37-38 anni;
  • crioconservazione di tessuto ovarico, una procedura ancora in fase sperimentale, che prevede il prelievo laparoscopico di frammenti di ovaio e permette di preservare la fertilità anche nelle bambine e nelle adolescenti.

In Italia la Legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita è stata estesa ai pazienti oncologici con un decreto del Ministero della Salute del 24 settembre 2014, che ha istituito il Registro Nazionale PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) presso l’Istituto Superiore di Sanità. Successivamente, la Conferenza Stato-Regioni ha approvato l’accordo “Tutela della fertilità nei pazienti oncologici”, che prevede una consulenza specialistica entro 72 ore dalla richiesta e l’attivazione, in ogni Regione, di un numero e un indirizzo e-mail dedicati per garantire accesso rapido e uniforme ai servizi.

La Procreazione Medicalmente Assistita è stata inserita nei LEA nel 2017, ma solo alcune Regioni hanno reso pienamente operative le prestazioni coperte dal Servizio Sanitario Nazionale.

Col Decreto Tariffe 30 dicembre 2024 relativo ai LEA 2025, la Conferenza Stato – Regioni ha approvato l’inserimento della PMA nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) garantiti dal SSN su tutto il territorio nazionale, fino a 46 anni di età, come  attività ambulatoriale e ricovero solo in caso necessità mediche particolari. Inoltre, sono stati introdotti i concetti di uniformità dei ticket e di integrazione tariffaria, che devono essere uguali in tutte le Regioni italiane.


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