Le stagioni della sopravvivenza dopo la diagnosi di cancro

   Sportello Cancro, Adriana Bazzi, 11/04/2012

ONCOLOGIA
Sono in aumento i sopravvissuti alla malattia, ma con un carico di nuovi problemi che la medicina dovrà affrontare


MILANO - Era il 1985 quando Fitzhugh Mullan, medico e ammalato di tumore al polmone, descrisse sul New England Journal of Medicine le tre stagioni della sopravvivenza al cancro: la sopravvivenza “acuta” alla diagnosi e al trattamento, quella “estesa” al periodo post-trattamento e quella “permanente” di chi convive a lungo con la malattia. Da allora molte cose sono cambiate nella diagnosi e nella terapia dei tumori e oggi l’esercito dei “sopravvissuti” a lungo termine si ingrossa di giorno in giorno. Non senza problemi però. Problemi fisici, legati, per esempio, alla tossicità delle terapie anti-tumorali, disagi psicologici, depressione inclusa, difficoltà di relazione con altre persone, familiari e figli compresi, e ostacoli nel reinserimento nel mondo del lavoro. È una sfida per i medici, che dovranno ripensare il rapporto con il loro paziente, e per le strutture sanitarie, che dovranno farsene carico.

GUARITI E CRONICIZZATI - Attualmente in Italia si contano 2 milioni e 250mila persone che hanno avuto il cancro: sono i “cancer survivors” (un milione di uomini e un milione e 250mila donne, molte delle quali hanno avuto una diagnosi di tumore al seno). Fra questi ci sono i “guariti” (coloro che dopo un certo numero di anni, mediamente cinque, non hanno più manifestato sintomi correlabili al tumore iniziale) e i “cronicizzati” (coloro che sopravvivono pur avendo avuto recidive). «Oggi dobbiamo affrontare tutti questi problemi - dice Armando Santoro direttore del Cancer Center all’Istituto Humanitas di Milano -. E magari prevenirli. Un esempio: la ricerca dovrà sforzarsi di trovare terapie meno tossiche nel lungo periodo, per non compromettere la salute di chi sopravvive alla malattia. In passato, per esempio, si trattavano con successo i linfomi di Hodgkin con la radioterapia, ma, a distanza di anni, alcuni fra i guariti hanno sviluppato tumori al seno da radiazioni».

EVOLUZIONI POSSIBILI - Il paziente oncologico non è un “diverso”, ma una persona che, dopo le cure, deve recuperare una situazione di normalità: anche la parola “sopravvissuto” andrebbe forse “destigmatizzata”. «È indispensabile cambiare mentalità - commenta Antonella Surbone, fra i massimi esperti al mondo di “sopravvivenza ai tumori”, docente di oncologia alla New York University e di comunicazione all’MD Anderson Cancer Center di Houston -. Il tumore deve essere visto, fin dall’inizio, in tutte le sue possibili evoluzioni, sia in quelle negative che in quelle positive, in modo da poter programmare tutti gli interventi necessari non solo ad assicurare al paziente le cure migliori, ma anche una lungo-sopravvivenza il più possibile libera da limitazioni, sofferenze fisiche, psicologiche e relazionali. E, fin dall’inizio, è importante valutare quali sono le priorità per il malato».

OVULI DA CONSERVARE - Per certi pazienti, infatti, la cosa più importante è guarire, per altri è il conservare il proprio aspetto fisico, per altri ancora è l’avere figli dopo la malattia. «In questi casi, per esempio - aggiunge Santoro - si dovrà pensare alla conservazione di ovuli e spermatozoi per consentire una successiva gravidanza». Forse oggi in campo oncologico, come ha sottolineato un recente editoriale di Lancet, il pendolo è troppo spostato verso la ricerca, mentre l’aspetto umano della medicina, che dovrebbe prendere in considerazione il paziente nella sua globalità, è spesso trascurato.

CANCER-FREE CLINIC - L’Istituto Humanitas di Milano sta cercando di rispondere ai nuovi bisogni che riguardano la qualità della vita dei malati oncologici. Così il Cancer Center ha attivato un servizio specializzato, la Cancer-free Clinic, pensato per le esigenze dei pazienti che hanno finito i cicli di terapia e devono sottoporsi al normale programma di controlli. «Il nostro ambulatorio, specializzato nelle problematiche della lungo-sopravvivenza – ha spiegato Santoro – offre un supporto a questi pazienti, si preoccupa di rispondere ai loro bisogni, propone interventi riabilitativi e di sostegno psicosociale».